Il permafrost siberiano si sta sgretolando: e i crateri che appaiono dal nulla ci dicono quanto tempo ci resta

Nella penisola di Yamal, in Siberia, il suolo non è mai stato così instabile. Dal 2014 a oggi sono stati documentati oltre 20 crateri giganteschi comparsi improvvisamente nella tundra, alcuni con diametri superiori ai 50 metri e profondità abissali. Non si tratta di meteoriti, né di fenomeni geologici ordinari: sono il risultato diretto dello sgretolamento del permafrost, quello strato di suolo permanentemente ghiacciato che per millenni ha sigillato quantità enormi di metano sotto la superficie artica.

Il meccanismo è brutale nella sua semplicità. Con l’aumento delle temperature — l’Artico si scalda a una velocità quattro volte superiore alla media globale — il permafrost comincia a scongelarsi dall’interno. Il ghiaccio si trasforma in acqua, il metano compresso inizia ad accumularsi in bolle sotterranee chiamate pingos idrogeologici, fino a quando la pressione non diventa insostenibile: il suolo esplode letteralmente verso l’alto, lasciando crateri che poi si allagano trasformandosi in laghi termocarsici.

Questi laghi sono essi stessi una bomba climatica. Uno studio pubblicato nel 2023 su Nature Climate Change ha stimato che i laghi termocarsici siberiani rilasciano ogni anno circa 1,5 milioni di tonnellate di metano in atmosfera — una cifra destinata ad aumentare esponenzialmente con ogni grado di riscaldamento aggiuntivo. Il metano ha un potere riscaldante 80 volte superiore alla CO₂ nell’arco di vent’anni, il che significa che questo processo può innescare un ciclo di retroazione difficile da arrestare: più caldo, più permafrost scongelato, più metano, ancora più caldo.

Ciò che rende questo fenomeno particolarmente preoccupante è la velocità. I modelli climatici degli anni Novanta prevedevano che il permafrost avrebbe cominciato a degradarsi significativamente nella seconda metà del XXI secolo. Siamo invece già qui, con anticipo di decenni. Le comunità indigene Nenets, che percorrono queste terre con le loro renne da generazioni, descrivono un paesaggio che non riconoscono più: terreno che cede sotto i piedi, fiumi che cambiano corso, sentieri millenari inghiottiti dal fango.

La scienza sta cercando di correre ai ripari con soluzioni come il ripristino della vegetazione artica e la reintroduzione di grandi erbivori per compattare il suolo — il cosiddetto Progetto Pleistocene Park in Jacuzia — ma il tempo stringe.

Quando il suolo sotto cui abbiamo costruito la stabilità del nostro clima comincia a esplodere, non è più una metafora: è una scadenza.

Foto di ArtHouse Studio su Pexels

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