Il pannolino che smette di essere eterno: come la depolimerizzazione enzimatica sta aprendo una nuova frontiera per i 900 milioni di pezzi che gli italiani gettano ogni anno

Esistono oggetti progettati per durare trenta secondi e sopravvivere cinquecento anni. Il pannolino usa e getta è uno di questi: un ibrido di cellulosa, polipropilene, polietilene e poliacrilato di sodio che, una volta utilizzato, diventa un rifiuto inclassificabile — troppo contaminato per il riciclo convenzionale, troppo complesso per qualsiasi filiera ordinaria. In Italia, secondo i dati ISPRA aggiornati al 2025, ne vengono smaltiti in discarica o inceneriti circa 900 milioni l’anno, pari a quasi 150.000 tonnellate di rifiuto speciale assimilato all’urbano. Un numero che il sistema di raccolta differenziata semplicemente ignora.

Eppure, nel distretto industriale di Treviso, un consorzio nato dalla collaborazione tra il Politecnico di Milano e due aziende private sta dimostrando che questo muro può essere abbattuto. Il progetto, denominato NeoLoop e attivo in fase pilota dal gennaio 2026, applica un processo di depolimerizzazione enzimatica assistita da ultrasuoni a bassa frequenza che agisce selettivamente sulla frazione organica del pannolino — separandola fisicamente dai polimeri sintetici prima ancora che avvenga qualsiasi trattamento termico. Il risultato è sorprendente: la cellulosa estratta, pari al 35-40% del peso totale del prodotto, riemerge con una purezza sufficiente per essere reimmessa nella filiera cartaria, mentre il polipropilene recuperato supera il 90% di purezza analitica.

La chiave del processo risiede in un cocktail enzimatico brevettato — a base di cellulasi e lipasi termofile — che lavora a temperatura ambiente (38°C), abbattendo il consumo energetico del 60% rispetto alle tecnologie di sterilizzazione termica precedentemente utilizzate nei pochi impianti europei che si erano cimentati con questa frazione. NeoLoop ha già trattato, nei primi otto mesi di attività, circa 4.200 tonnellate di rifiuto assorbente proveniente da ospedali e RSA del Nordest, evitando l’equivalente di 1.800 tonnellate di CO₂ rispetto alla filiera dell’incenerimento.

Il modello veneto guarda ora a una scalabilità regionale: se tutti i rifiuti assorbenti prodotti in Italia venissero trattati con tecnologie analoghe, si potrebbero recuperare annualmente oltre 50.000 tonnellate di polipropilene e 45.000 tonnellate di cellulosa — risorse oggi letteralmente sepolte o bruciate. La Commissione Europea ha già incluso i rifiuti assorbenti tra le frazioni prioritarie del nuovo Piano d’Azione per l’Economia Circolare 2026-2030.

Il pannolino non è un rifiuto inevitabile: è una miniera che abbiamo scelto di non aprire.

Foto di Engin Akyurt su Pexels

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