Il lichene che misura l’invisibile: come le colonie rupicole sui muri urbani stanno diventando il biomonitoraggio più preciso della qualità dell’aria quartiere per quartiere

Crescono lenti, quasi immobili, eppure parlano più velocemente di qualsiasi centralina elettronica. I licheni che colonizzano i muri di mattoni, i parapetti in pietra e le cortecce degli alberi urbani stanno rivelando agli ecologi qualcosa che i sensori tradizionali non riescono a catturare: la storia chimica dell’aria di un quartiere, scritta anno per anno nel loro tallo.

Un recente studio condotto dall’Università degli Studi di Genova e pubblicato nel 2025 su *Environmental Pollution* ha mappato sistematicamente la distribuzione di 47 specie licheniche lungo 120 transetti urbani nella città di Torino, correlando la ricchezza biotica con le concentrazioni di biossido di azoto, ozono troposferico e particolato fine PM2.5. Il risultato è sorprendente: la soglia critica di desertificazione lichenica — ovvero l’assenza quasi totale di specie sensibili — coincide con una concentrazione media annua di NO₂ superiore a 38 microgrammi per metro cubo, un valore che supera del 27% il limite guida aggiornato dall’OMS nel 2021. Le mappe prodotte mostrano “isole di sterilità” perfettamente sovrapponibili alle zone a più alta densità di traffico pesante, con una precisione spaziale che nessuna rete di monitoraggio convenzionale, per quanto densa, riesce a eguagliare.

Il meccanismo biologico è elegante nella sua semplicità. I licheni — organismi simbiotici tra funghi e alghe o cianobatteri — assorbono acqua e composti disciolti direttamente dall’atmosfera, senza alcun sistema di filtrazione radicale. Questo li rende straordinariamente vulnerabili agli inquinanti gassosi e, al tempo stesso, straordinari archivi biologici: analizzando la composizione elementare del tallo con la fluorescenza a raggi X portatile, è possibile risalire all’esposizione cumulativa degli ultimi cinque-dieci anni, ottenendo una cronologia dell’inquinamento impossibile da costruire con dati strumentali discontinui.

Alcune amministrazioni comunali italiane stanno iniziando a recepire questa evidenza. Il Comune di Bologna ha inserito il monitoraggio lichenico come indicatore supplementare nel suo Piano dell’Aria 2026-2030, affidando la prima campagna sistematica a una rete di cittadini-scienziati formati dall’associazione Licheni Urbani. Il protocollo prevede la fotografia georeferenziata e la classificazione semi-automatica tramite intelligenza artificiale, con aggiornamento trimestrale delle mappe.

La sfida più ambiziosa è culturale prima ancora che tecnica: convincere urbanisti e progettisti del verde che un muro colonizzato da Lecanora conizaeoides o da Xanthoria parietina non è un muro trascurato, ma un muro che respira, racconta e giudica.

In fondo, le città che vogliono capire davvero come stanno dovrebbero smettere di interrogare solo le macchine e imparare ad ascoltare i muri.

Foto di Evgeniya Litovchenko su Pexels

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