Il lichene che mappa l’invisibile: come le croste grigie sui muri urbani italiani stanno diventando sensori biologici della qualità dell’aria nei quartieri a traffico intenso

Crescono lenti, quasi impercettibili, sulle facciate dei palazzi, sui capitelli dimenticati, sui muri di cinta dei cimiteri. I licheni urbani — organismi ibridi nati dall’unione simbiotica di un fungo e un’alga — sono stati per decenni considerati poco più che un fastidio estetico da rimuovere con idropulitrice e biocidi. Eppure oggi una crescente comunità di ecologi urbani li studia come se fossero strumenti di precisione: biosensori gratuiti, distribuiti capillarmente, che raccontano in tempo reale ciò che le centraline ARPA non possono rilevare alla scala del singolo isolato.

Il meccanismo è elegante nella sua semplicità. I licheni non possiedono radici né cuticole impermeabili: assorbono acqua e nutrienti direttamente dall’atmosfera circostante, senza filtri. Questo li rende straordinariamente sensibili agli inquinanti gassosi — in particolare al biossido di azoto (NO₂), all’ozono e al particolato ultrafine PM1 — accumulandoli nei propri tessuti con fedeltà quasi cronachistica. Dove i licheni scompaiono o mostrano necrosi fogliari superiori al 60% della superficie tallina, l’aria è compromessa. Dove prosperano con colonie circolari superiori ai 4 centimetri di diametro, la qualità dell’aria è significativamente migliore della media urbana.

Un progetto pilota condotto nel 2025 dall’Università degli Studi di Torino, in collaborazione con il Comune, ha mappato 847 punti di rilevamento lichenico lungo i principali assi viari della città, incrociando i dati morfologici con le misurazioni delle centraline fisse. Il risultato ha sorpreso gli stessi ricercatori: la distribuzione spaziale delle colonie licheniche ha identificato 23 microzone ad alta concentrazione di NO₂ non coperte dalla rete di monitoraggio ufficiale, tra cui corridoi residenziali del quadrante nord-est dove i bambini trascorrono il tragitto quotidiano verso le scuole.

La tecnica — nota in letteratura come lichenoindication o biomonitoring lichenico — non è nuova in assoluto: viene impiegata in ambito forestale dalla metà del Novecento. La novità è la sua applicazione sistematica alla scala del quartiere urbano, con protocolli standardizzati che permettono confronti temporali e geografici rigorosi. Alcune amministrazioni comunali del nord Italia stanno valutando di integrare la mappatura lichenica nei piani di monitoraggio ambientale, affiancandola alle reti elettroniche tradizionali a un costo marginale quasi nullo.

C’è qualcosa di profondamente significativo in tutto questo: la città più tecnologica del mondo ha ancora bisogno di ascoltare i suoi organismi più antichi per capire cosa sta respirando.

Foto di mingche lee su Pexels

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