Il lichene che mappa l’aria: come le città italiane stanno usando organismi simbiotici come sensori biologici della qualità atmosferica urbana

Crescono sui muri dei palazzi, sulle cortecce degli alberi centenari dei viali, sulle pietre dei fontanili. Per decenni li abbiamo ignorati, considerandoli poco più che incrostazioni decorative. Ma i licheni — organismi nati dall’unione simbiotica di un fungo e un’alga — stanno diventando uno degli strumenti più sofisticati e sorprendentemente economici per monitorare la salute dell’aria nelle città italiane.

La biomonitorizzazione lichenica non è una scoperta recente in senso assoluto: la sensibilità di questi organismi all’anidride solforosa fu documentata già negli anni Sessanta. Ciò che cambia nel 2026 è la scala e la precisione con cui questa tecnica viene applicata al contesto urbano italiano. Un programma pilota attivo da diciotto mesi nei quartieri periferici di Torino — coordinato dall’ARPA Piemonte in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università degli Studi di Torino — ha mappato oltre 340 punti di campionamento distribuiti su un’area di 58 chilometri quadrati, rivelando gradienti di concentrazione di metalli pesanti, composti azotati e particolato fine con una risoluzione spaziale impossibile da ottenere con le sole stazioni fisse di misurazione.

I risultati preliminari, presentati lo scorso giugno al Congresso Nazionale della Società Botanica Italiana, mostrano che la specie Xanthoria parietina — il lichene giallo-arancione comunissimo sui tetti e sulle rocce esposte al sole — accumula nel suo tallo concentrazioni di azoto fino a 4,7 volte superiori nelle aree a maggiore densità di traffico rispetto ai parchi periurbani a meno di due chilometri di distanza. Una differenza che le centraline tradizionali, troppo distanziate tra loro, semplicemente non riescono a restituire con questa granularità.

L’aspetto più rilevante per la pianificazione urbana è che i licheni non mentono: essendo organismi privi di radici e completamente dipendenti dall’atmosfera per il loro nutrimento, integrano nel tempo la qualità dell’aria che respirano, diventando archivi biologici di settimane e mesi, non di singoli picchi istantanei. Questo li rende ideali per valutare l’efficacia reale delle zone a traffico limitato, delle fasce alberate tampone e delle infrastrutture verdi installate lungo le arterie urbane.

Alcuni Comuni toscani — tra cui Prato e Pistoia — stanno già adottando protocolli lichenici standardizzati nelle procedure di valutazione ambientale dei nuovi interventi di forestazione urbana, usando questi organismi come termometri biologici del successo o del fallimento degli impianti.

In un’epoca in cui le città italiane cercano soluzioni costose e ad alta tecnologia per misurare ciò che respirano, la natura offre già un biorisponditore gratuito, distribuito e silenzioso: basta imparare a leggerlo.

Foto di Sefa KUŞ su Pexels

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