C’è qualcosa di radicalmente sovversivo nell’idea che la stessa rete biologica responsabile della decomposizione delle foreste possa diventare il materiale isolante del futuro urbano. Eppure è esattamente ciò che sta accadendo in alcuni cantieri pilota del Veneto, dove blocchi di micelio — la struttura sotterranea ramificata dei funghi — stanno sostituendo il polistirene espanso tradizionale nei pannelli di isolamento termico e acustico.
Il processo si chiama mycelium-bound composite (MBC) e sfrutta la capacità di specie fungine come Ganoderma lucidum o Pleurotus ostreatus di colonizzare substrati lignocellulosici di scarto — scarti di canapa, paglia di riso, segatura di lavorazioni forestali certificate — legandoli in strutture rigide, leggere e sorprendentemente resistenti. In soli cinque-sette giorni di crescita in ambiente controllato, senza alcun apporto energetico termico rilevante, il micelio crea un reticolo tridimensionale che dopo essiccazione raggiunge densità comprese tra 40 e 80 kg/m³ e conduttività termica attorno a 0,04 W/m·K, valori paragonabili a quelli del sughero espanso.
Il dato che ha convinto i progettisti del consorzio edilizio padovano che ha avviato la sperimentazione nel 2025 riguarda l’impronta carbonica: ogni metro cubo di pannello micelico prodotto localmente genera circa 1,2 kg di CO₂ equivalente, contro i 130 kg richiesti dalla produzione di un pari volume di EPS tradizionale. Un rapporto di circa 1 a 108 che ridefinisce completamente il concetto di materiale da costruzione a basso impatto.
A differenza di molti biocompositi che richiedono processi industriali complessi, la produzione di MBC si presta alla filiera corta: il substrato di scarto viene inoculato localmente, il micelio cresce in strutture a basso costo energetico, e il prodotto finito è completamente compostabile a fine vita, senza lasciare microplastiche nel suolo né richiedere termovalorizzazione. Il cantiere diventa così un nodo di un ciclo biologico chiuso, non un terminale lineare di risorse estratte altrove.
Le sfide rimangono reali: la standardizzazione dimensionale, la resistenza all’umidità in climi padani senza trattamenti idrorepellenti naturali aggiuntivi, e la certificazione secondo le norme EN 13162 per i prodotti isolanti sono i fronti tecnici ancora aperti. Ma la direzione è tracciata, e i cantieri veneti la stanno percorrendo con risultati che i dati cominciano a rendere inconfutabili.
In un settore edilizio responsabile del 36% dei consumi energetici europei, il futuro dell’isolamento potrebbe non venire da un reattore chimico, ma da un fungo che lavora nel buio.
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