Il fango che vale oro: come il biochar ricavato dai sedimenti dei porti italiani sta rigenerando i suoli agricoli del Mezzogiorno

Nei fondali dei porti italiani giacciono milioni di tonnellate di sedimenti contaminati da idrocarburi, metalli pesanti e residui industriali. Dragati periodicamente per garantire la navigabilità, questi materiali finiscono quasi sempre in vasche di colmata o in discariche costiere, con costi ambientali ed economici enormi. Eppure una filiera emergente, sperimentata negli ultimi due anni in tre scali pugliesi — Taranto, Brindisi e Bari — sta riscrivendo il destino di questo scarto attraverso un processo sorprendentemente antico: la pirolisi lenta a bassa temperatura, ovvero la trasformazione termochimica in assenza di ossigeno che produce biochar.

Il protocollo messo a punto dal gruppo di ricerca del CNR-IRSA in collaborazione con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale prevede una prima fase di stabilizzazione dei sedimenti con agenti chelanti naturali per immobilizzare i metalli pesanti, seguita da pirolisi a 450-550 °C. Il risultato è un biochar poroso con una superficie specifica superiore a 280 m²/g, capace di trattenere acqua, nutrienti e microrganismi benefici in misura notevolmente superiore rispetto al suolo agricolo convenzionale. I test condotti su parcelle sperimentali in Capitanata — una delle aree a maggior rischio di desertificazione del Mezzogiorno — hanno misurato un incremento della capacità idrica del suolo del 34% dopo una sola stagione di applicazione, con una riduzione dell’irrigazione necessaria di circa 22%.

L’aspetto più rilevante dal punto di vista climatico riguarda il carbonio: ogni tonnellata di biochar portuale sequestra stabilmente tra 2,4 e 2,9 tonnellate di CO₂ equivalente per decenni, contribuendo alla creazione di un sink di carbonio distribuito nei campi agricoli invece di lasciare i sedimenti a decomporsi in superficie rilasciando metano e CO₂. L’Unione Europea, attraverso il Carbon Removal Certification Framework approvato nel 2025, ha aperto la strada alla monetizzazione di questi crediti di carbonio anche per filiere non forestali, rendendo la pratica potenzialmente autofinanziante.

La sfida non è tecnica: è normativa e logistica. I sedimenti portuali sono classificati come rifiuti speciali e il percorso autorizzativo per trasformarli in ammendante agricolo certificato richiede ancora iter lunghi e frammentati tra Ministero dell’Ambiente, Capitanerie e Regioni. Il decreto legislativo di recepimento della Soil Monitoring Law europea, atteso entro fine 2026, potrebbe finalmente creare il quadro regolatorio necessario per scalare questa filiera a livello nazionale.

Là dove il mare porta i propri scarti sul fondo, la chimica del fuoco lento potrebbe restituire fertilità a una terra sempre più assetata.

Foto di Artem Podrez su Pexels

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