Il fango che nutre la città: come il digestato urbano sta chiudendo il ciclo dell’azoto nei campi periurbani di Torino e riducendo del 40% il fabbisogno di fertilizzanti chimici

C’è un paradosso silenzioso al centro del sistema alimentare urbano: le città producono enormi quantità di materia organica — scarti di cucina, fanghi di depurazione, residui del verde pubblico — che vengono smaltite con costi energetici considerevoli, mentre i campi agricoli che le circondano continuano ad acquistare fertilizzanti sintetici derivati da processi industriali ad alta intensità di carbonio. A Torino, un progetto pilota avviato nel 2024 e giunto oggi alla sua fase operativa matura sta dimostrando che questo paradosso può essere risolto con una precisione quasi chirurgica.

Il programma, sviluppato dall’Università degli Studi di Torino in collaborazione con il Politecnico e con un consorzio di sei comuni dell’area metropolitana, si basa sulla valorizzazione del digestato — il sottoprodotto liquido e solido della digestione anaerobica della frazione organica dei rifiuti urbani — come ammendante agricolo calibrato sulle esigenze specifiche dei suoli periurbani piemontesi. Non si tratta di semplice spandimento: il processo prevede una fase di raffinazione per separare la frazione ammoniacale da quella organica solida, consentendo di dosare l’apporto di azoto, fosforo e carbonio organico in base a mappe di fertilità costruite con sensori multispettrali a bordo drone.

I risultati misurati nella campagna 2025-2026 su oltre 1.200 ettari di seminativo sono significativi: riduzione del 40% nell’acquisto di fertilizzanti minerali di sintesi da parte delle aziende agricole aderenti, abbassamento del 28% delle emissioni di protossido d’azoto per ettaro coltivato, e un risparmio economico medio di 310 euro per ettaro stagione. La chiusura del ciclo dei nutrienti in ambito locale riduce inoltre la dipendenza da importazioni di fosforo — risorsa non rinnovabile classificata dall’Unione Europea come materia prima critica — accorciando la filiera da scala globale a scala di bacino idrografico.

L’aspetto meno discusso, ma forse più rilevante sul piano sistemico, è il cambiamento di paradigma che questo modello introduce nella governance del territorio: il comune cessa di essere un semplice gestore di rifiuti e diventa un produttore attivo di risorse agronomiche, instaurando contratti pluriennali di fornitura con le aziende agricole periurbane. È un’architettura metabolica urbana che trasforma l’amministrazione locale in nodo di un ciclo biogeochimico.

Quando una città impara a restituire alla terra ciò che la terra le ha dato, smette di essere un buco nero di risorse e comincia a comportarsi come un ecosistema.

Foto di Magda Ehlers su Pexels

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