Il corallo che costruisce barriere vive: come la biocalcificazione assistita sta rigenerando le scogliere dell’Adriatico meridionale e sequestrando carbonio dai fondali

C’è un processo chimico che accade silenziosamente a trenta metri di profondità, largo le coste del Salento e del Gargano, che potrebbe riscrivere le strategie di sequestro del carbonio marino nel Mediterraneo. Si chiama biocalcificazione assistita, e negli ultimi due anni un consorzio di ricercatori italiani — coordinato dall’Università del Salento in collaborazione con l’ISPRA — sta dimostrando che è possibile accelerare la deposizione di carbonato di calcio biologico su substrati artificiali sommersi, stimolando la ricolonizzazione di coralli e coralligeno in aree precedentemente desertificate dalla pesca a strascico.

Il meccanismo è elegante quanto complesso: elettrodi a bassa corrente continua applicati a strutture modulari in acciaio inossidabile — le cosiddette ‘reef box’ — alterano localmente il pH dell’acqua circostante, favorendo la precipitazione di aragonite e calcite direttamente sulla superficie metallica. In poche settimane, il substrato diventa chimicamente ospitale per le larve di Corallium rubrum e Paramuricea clavata, due specie coralline fondamentali per la biodiversità adriatica. I dati preliminari del progetto ReefCarbon, presentati a Giugno 2026 al convegno internazionale CIESM di Valencia, indicano una velocità di accrescimento del coralligeno artificiale del 340% superiore rispetto ai reef passivi non elettrostimolati.

Ma il dato che ha colpito maggiormente la comunità scientifica riguarda il potenziale di sequestro: ogni metro quadrato di reef rigenerato con questa tecnica immobilizza in media 2,7 chilogrammi di CO₂ equivalente all’anno sotto forma di carbonato stabile, una cifra che — proiettata sulle 18.000 ettari di fondali adriatici meridionali attualmente classificati come ‘zona morta’ dalla cartografia bentonica ISPRA — apre scenari quantitativamente significativi per la compensazione delle emissioni regionali.

La sostenibilità del progetto non si ferma al carbonio. Le reef box consumano mediamente 0,8 watt per metro quadrato, alimentati in superficie da pannelli fotovoltaici galleggianti di nuova generazione. Il costo energetico dell’intero sistema risulta quindi inferiore del 60% rispetto alle tecnologie tradizionali di ripristino bentonico. E la riduzione della pesca illegale nelle aree monitorate, effetto collaterale non previsto del posizionamento dei sensori di controllo, ha già generato una ripresa documentata delle popolazioni di riccio di mare e di date di mare nelle zone tampone.

Quel che si sta costruendo sotto la superficie del mare Adriatico non è solo un esperimento scientifico. È la prova che la natura, se guidata con precisione e rispetto, sa riparare ferite che sembravano permanenti. Il futuro della sostenibilità ambientale potrebbe iniziare proprio lì, a trenta metri di profondità, dove la luce del sole non arriva ma la vita, ostinata, torna comunque.

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