Il cemento che impara a sparire: come la carbonatazione accelerata dei calcestruzzi demoliti sta sequestrando CO₂ nei cantieri di rigenerazione urbana del Veneto

C’è un paradosso nascosto nei cantieri di demolizione: ogni tonnellata di calcestruzzo che cade trasforma in polvere decenni di emissioni accumulate, ma quella stessa polvere potrebbe diventare una trappola permanente per l’anidride carbonica. È questo il principio alla base della carbonatazione accelerata dei rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), una tecnologia che nei cantieri di rigenerazione urbana del Veneto sta silenziosamente riscrivendo la contabilità climatica del settore edilizio.

Il processo sfrutta una reazione chimica naturale, già nota ai geologi: l’idrossido di calcio presente nella pasta cementizia reagisce con la CO₂ atmosferica formando carbonato di calcio stabile, essenzialmente pietra calcarea. In condizioni ordinarie, questa reazione richiede decenni. Ma esponendo gli aggregati di calcestruzzo frantumato a flussi concentrati di CO₂ in camere di reazione pressurizzate, i tempi si comprimono a poche ore, e il gas viene intrappolato in modo permanente nella matrice mineralizzata.

Secondo i dati raccolti nell’ambito del progetto europeo LEILAC-2, ogni tonnellata di cemento Portland produce in media 820 kg di CO₂ durante la produzione. La carbonatazione accelerata applicata agli aggregati riciclati può sequestrare fino a 280 kg di CO₂ per tonnellata di materiale trattato — circa il 34% dell’impronta carbonica originaria del calcestruzzo. Non è la soluzione totale, ma è una compensazione concreta, integrata direttamente nel ciclo di vita del materiale più prodotto al mondo.

In Veneto, dove la pressione urbanistica ha generato negli ultimi trent’anni volumi enormi di demolizioni legate alla riconversione delle aree produttive dismesse — le cosiddette ‘aree capannone’ del triangolo Vicenza-Padova-Verona — i gestori di impianti di trattamento inerti stanno sperimentando reattori compatti collegati alle linee di frantumazione esistenti. L’aggregato carbonatato non serve solo come pozzo di carbonio: migliora la resistenza meccanica del materiale riciclato, rendendolo idoneo per applicazioni strutturali di secondo livello che prima richiedevano aggregati naturali vergini.

Il punto cruciale è economico oltre che ambientale: il mercato europeo dei crediti di carbonio volontari sta iniziando a riconoscere la mineralizzazione permanente come categoria certificabile, aprendo una finestra di ricavo per gli operatori del settore che fino a ieri trattavano gli inerti come un costo da minimizzare.

Negli scarti di ciò che abbattiamo potrebbe nascondersi il materiale con cui costruiamo un’atmosfera più pulita.

Foto di Damir Mijailovic su Pexels

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