Il cemento che cattura l’azzurro: come la carbonatazione accelerata dei detriti da demolizione sta sequestrando CO₂ negli impianti di riciclo del Veneto industriale

C’è una reazione chimica silenziosa che avviene nei capannoni di alcune aziende venete, e che potrebbe riscrivere il destino di milioni di tonnellate di macerie. Si chiama carbonatazione accelerata, e trasforma i residui di calcestruzzo demolito — finora classificati come inerti di scarso valore — in veri e propri serbatoi minerali di anidride carbonica.

Il principio è quello che i geologi conoscono bene: l’idrossido di calcio contenuto nel cemento reagisce spontaneamente con la CO₂ atmosferica formando carbonato di calcio stabile, un processo che in natura richiede decenni. Negli impianti pilota avviati nel 2024 nella provincia di Vicenza, grazie all’iniezione controllata di CO₂ in reattori a umidità calibrata, lo stesso processo viene completato in poche ore. Il risultato è un aggregato riciclato chimicamente stabilizzato, con caratteristiche meccaniche superiori al materiale di partenza e una capacità di fissazione documentata attorno a 15 chilogrammi di CO₂ per tonnellata di detrito trattato.

I numeri contano: il Veneto produce ogni anno circa 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e demolizione. Se anche solo un quinto di questo flusso venisse sottoposto a carbonatazione accelerata, si parlerebbero di oltre 13.000 tonnellate di CO₂ sequestrate annualmente — non compensate altrove, ma mineralizzate in modo permanente dentro la struttura cristallina del materiale stesso.

L’aspetto più rilevante sotto il profilo della sostenibilità sistemica è la chiusura del ciclo: la CO₂ utilizzata nel processo proviene in parte da impianti industriali confinanti, trasformando uno scarico gassoso in un reagente utile. Il minerale prodotto rientra nella filiera edilizia locale come sottofondo stradale, massetto o aggregato per calcestruzzo non strutturale, abbattendo la domanda di ghiaia vergine estratta da cave. Tre problemi — rifiuto inerte, emissione carboniosa, estrazione di inerti — vengono affrontati in un solo passaggio.

La ricerca condotta in collaborazione tra l’Università di Padova e alcuni operatori privati ha dimostrato che la fattibilità economica dipende in modo critico dalla prossimità geografica tra sorgente di CO₂ e impianto di carbonatazione: entro un raggio di 30 chilometri, il bilancio energetico e logistico risulta positivo senza sussidi.

Non è fantascienza industriale: è chimica del diciannovesimo secolo applicata con precisione al disordine metabolico del ventunesimo. La pietra che abbiamo demolito può diventare la cassaforte del carbonio che non sappiamo dove mettere.

Foto di Peter Dyllong su Pexels

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