Il caffè che alimenta i funghi: come la valorizzazione dei fondi esausti sta costruendo una filiera corta dell’economia circolare nelle mense universitarie lombarde

Ogni anno in Italia vengono prodotte circa 300.000 tonnellate di fondi di caffè esausti, un rifiuto organico umido che nella stragrande maggioranza dei casi finisce nei sacchi dell’indifferenziato, vanificando anni di campagne sulla raccolta differenziata. Eppure proprio questo scarto — ricco di azoto, fosforo, potassio e soprattutto di chitina — si sta rivelando uno dei substrati più promettenti per la coltivazione di funghi eduli su scala urbana e periurbana.

Nel Politecnico di Milano e nell’Università degli Studi di Brescia, dal 2024 sono attivi progetti pilota che raccolgono i fondi di caffè dalle mense e dalle macchine automatiche degli atenei — rispettivamente circa 1,8 tonnellate al mese per sede — per destinarli a impianti di micocoltura indoor gestiti da cooperative sociali. Il substrato di caffè esausto, inoculato con micelio di Pleurotus ostreatus e Ganoderma lucidum, permette rese di 800-900 grammi di funghi freschi per ogni chilogrammo di fondi secchi, un risultato che supera del 30% l’efficienza dei substrati tradizionali a base di paglia di grano.

La catena del valore che ne emerge è esemplare nella sua circolarità: i fondi vengono raccolti senza trasporti a lungo raggio, i funghi prodotti vengono rivenduti alle stesse mense universitarie abbattendo i costi di approvvigionamento, e il substrato esausto dalla coltivazione — ormai completamente digerito dal micelio — viene ceduto a orti comunitari come ammendante organico certificato, chiudendo definitivamente il ciclo senza generare rifiuti residui.

L’aspetto più rilevante sul piano della sostenibilità sistemica riguarda il risparmio idrico: la coltivazione di funghi su fondi di caffè richiede il 60% di acqua in meno rispetto a quella su substrati vergini, poiché il caffè esausto trattiene umidità in modo più efficiente e stabile. Un vantaggio non trascurabile in un contesto climatico in cui la pressione sulle risorse idriche urbane è destinata ad aumentare.

Il modello lombardo — che oggi coinvolge anche alcune catene di bar del centro di Milano attraverso accordi di ritiro settimanale — dimostra che la prossimità geografica è la vera variabile critica dell’economia circolare urbana: non servono tecnologie esotiche né grandi investimenti infrastrutturali, ma filiere corte, attori locali coordinati e la volontà politica di riconoscere lo scarto come risorsa prima che diventi un problema.

In un Paese che consuma oltre 95 miliardi di caffè all’anno, il fondo della tazzina potrebbe essere la base più solida su cui costruire una nuova idea di città che non spreca.

Foto di Christina & Peter su Pexels

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