Il 30% di copertura arborea salva le città italiane: il nuovo studio CNR che riscrive le priorità dell’urbanistica verde

Le città italiane si stanno trasformando in trappole termiche. L’asfalto e il cemento trattengono la radiazione solare alimentando il fenomeno dell’isola di calore urbana, un moltiplicatore d’impatto che rende le ondate di calore estive una minaccia diretta alla salute pubblica. I dati lo confermano senza margine di dubbio: nel solo periodo compreso tra giugno e settembre 2024, si sono registrati oltre 62.000 decessi legati al caldo in tutta Europa, e l’Italia è stato il Paese con il maggior numero di vittime — ben 19.000. Ma oggi, un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica npj Urban Sustainability ribalta la prospettiva: la soluzione esiste, ed è biologica.

La ricerca, condotta dal team dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-Iret) in collaborazione con il College of Environmental Science and Forestry della State University of New York (SUNY-ESF), ha analizzato dieci città italiane — Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Firenze, Genova, Palermo, Roma, Torino e Verona — chiedendosi cosa sarebbe accaduto se ogni quartiere avesse raggiunto almeno il 30% di copertura arborea durante la storica ondata di calore dell’estate 2003. La risposta è inequivocabile: si sarebbe potuto ridurre di circa il 36% l’impatto in termini di eccesso di mortalità nella fascia di popolazione con più di 65 anni. Un dato che non è solo ambientale: è sanitario, economico, politico.

Il meccanismo è quello della traspirazione fogliare, processo naturale con cui le piante rilasciano acqua nell’atmosfera contribuendo a dissipare il calore. Nei quartieri più cementificati e densamente abitati, i benefici di un aumento della copertura arborea sarebbero particolarmente significativi. E lo scenario italiano è drammatico: secondo i dati dello studio CNR, solo Napoli sfiora il 30% di copertura verde (32%), mentre Milano si ferma al 9% e Roma al 24%. Tra le grandi metropoli europee, è una delle situazioni più critiche del continente.

Eppure la direzione è tracciata. La regola del 3-30-300 — tre alberi visibili da ogni casa, 30% di copertura arborea per quartiere, un parco entro 300 metri — è già stata adottata come standard dall’ONU-ECE per la pianificazione del verde urbano. In Italia, Firenze è la prima città ad aver approvato un piano urbanistico ispirato a questo modello, chiamato Iris. A livello nazionale, il PNRR ha destinato 210 milioni di euro alla forestazione urbana nelle 14 città metropolitane, con l’obiettivo di mettere a dimora 6,6 milioni di alberi entro il 2026. Un impegno importante, ma con ritardi accumulati che pesano.

La scienza ha ora quantificato il costo dell’inerzia: ogni chilometro quadrato di copertura arborea aggiuntiva produce benefici ecosistemici stimati in circa 56.000 dollari l’anno. Piantare alberi nelle città non è un atto estetico, né un lusso: è la forma più economica, scalabile e immediata di medicina preventiva urbana. Non possiamo più permetterci di pianificare le città senza la natura — possiamo solo scegliere se pagare adesso con le radici o dopo con le ambulanze.

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