Politiche e accordi
Il quadro internazionale ed europeo della risposta al clima: dall’Accordo di Parigi alle conferenze COP, fino al Green Deal dell’Unione Europea.
La risposta al cambiamento climatico è anche una questione di governance globale, fatta di trattati, obiettivi condivisi e verifiche periodiche. È un’architettura complessa, ma conoscerne le tappe principali aiuta a leggere le notizie con cognizione di causa.
Accordo di Parigi e COP
La cooperazione internazionale sul clima nasce nel 1992 con la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), il trattato che riconosce ufficialmente il problema e istituisce il foro permanente in cui gli Stati negoziano. Da allora, quasi ogni anno, i Paesi si riuniscono nelle COP — le Conferenze delle Parti — per negoziare regole, fissare obiettivi e verificare i progressi. Sono questi gli appuntamenti che periodicamente tornano sulle prime pagine dei giornali, spesso accompagnati da grandi aspettative e altrettante critiche sulla lentezza dei risultati.
La tappa più importante di questo percorso è l’Accordo di Parigi del 2015, che ha fissato per la prima volta un obiettivo condiviso da quasi tutti i Paesi del mondo: contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, impegnandosi a proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. La vera novità, però, non è tanto l’obiettivo quanto il meccanismo scelto per raggiungerlo. Invece di imporre tagli dall’alto, Paese per Paese — approccio che in passato aveva fallito — l’accordo chiede a ciascuno Stato di presentare i propri impegni nazionali, i cosiddetti contributi determinati a livello nazionale (NDC), e di rivederli e rafforzarli progressivamente nel tempo. È un’architettura «dal basso», che punta sulla pressione reciproca e sulla trasparenza più che sulla coercizione.
Per dare sostanza a questo meccanismo, l’accordo prevede a intervalli regolari un bilancio globale (il global stocktake), una verifica collettiva che misura la distanza tra gli impegni effettivamente presi e quanto servirebbe per restare in linea con gli obiettivi. È uno strumento prezioso, perché trasforma le promesse in qualcosa di verificabile. E i risultati, finora, raccontano una storia chiara: gli impegni nazionali vanno nella giusta direzione, ma il loro insieme non è ancora sufficiente a centrare gli obiettivi di Parigi, e soprattutto le azioni concrete procedono più lentamente delle promesse. Il grafico qui sopra, con le emissioni globali di CO₂ che non hanno ancora imboccato una discesa stabile, rende visibile proprio questo divario.
È questo il nodo al centro di ogni negoziato recente: non più se agire — su questo l’accordo c’è — ma con quale rapidità, con quali risorse e con quale equità tra Paesi ricchi e poveri, dato che questi ultimi hanno spesso responsabilità storiche minori ma subiscono impatti maggiori. Le COP diventano così il luogo, faticoso e imperfetto ma necessario, in cui si prova a colmare quel divario, affrontando temi come i finanziamenti per l’adattamento, i danni già subiti dai Paesi più vulnerabili e l’uscita dai combustibili fossili.
Il Green Deal europeo
L’Unione Europea ha tradotto gli obiettivi internazionali in una propria strategia complessiva, il Green Deal europeo, presentato come il piano di crescita e trasformazione del continente per le decadi a venire. Il suo traguardo centrale è la neutralità climatica entro il 2050: azzerare le emissioni nette, cioè bilanciare ciò che ancora si emette con ciò che si riesce a rimuovere dall’atmosfera. A differenza di una semplice dichiarazione politica, questo obiettivo è stato reso giuridicamente vincolante attraverso una legge europea sul clima, che lega gli Stati membri al risultato.
Per arrivare al 2050 serviva una tappa intermedia credibile, ed è stata fissata un’ambiziosa riduzione delle emissioni da raggiungere entro il 2030. Per centrarla, l’UE ha varato un ampio pacchetto di misure che interviene trasversalmente su tutti i settori: energia, trasporti, industria, edilizia e agricoltura. È un approccio sistemico, che riconosce come la decarbonizzazione non possa essere affidata a un singolo provvedimento ma richieda una rete coordinata di regole, incentivi e standard.
Tra gli strumenti principali, due meritano una menzione. Il primo è il mercato del carbonio europeo (l’ETS, Emissions Trading System), che mette un prezzo alle emissioni dei settori industriali ed energetici: chi inquina deve acquistare quote, e poiché il numero di quote disponibili diminuisce nel tempo, il prezzo tende a salire, rendendo via via più conveniente investire in tecnologie pulite. Il secondo è un insieme di meccanismi pensati per evitare la cosiddetta delocalizzazione delle emissioni: senza accorgimenti, infatti, regole severe in Europa potrebbero semplicemente spingere la produzione — e quindi le emissioni — al di fuori dei confini dell’Unione, senza alcun beneficio per il clima globale.
Tutto questo non resta a livello europeo: ogni Stato membro, Italia compresa, è tenuto a tradurre gli obiettivi comuni in piani nazionali per l’energia e il clima, documenti che definiscono le traiettorie di riduzione settore per settore e gli investimenti necessari per realizzarle. È il livello in cui le grandi decisioni di Bruxelles diventano politiche concrete e tangibili: quanti impianti rinnovabili installare, come riqualificare gli edifici, come rinnovare il parco auto, come sostenere i territori e i lavoratori coinvolti nella transizione. Conoscere questa filiera — dall’accordo globale alla legge europea, fino al piano nazionale — aiuta a capire perché certe scelte locali, dall’incentivo per una pompa di calore alla nuova linea di trasporto pubblico, siano in realtà tasselli di un disegno molto più ampio.