Acquiferi fossili: l’Italia sta prosciugando riserve idriche formate in 10.000 anni e nessuno ne parla

Sotto la Pianura Padana, sotto la Puglia, sotto la Sicilia interna, esistono enormi sacche d’acqua che non appartengono al presente. Sono acquiferi fossili, ricaricati durante l’ultima era glaciale, quando il clima mediterraneo era radicalmente diverso. Oggi li stiamo svuotando a una velocità che non ha precedenti nella storia umana, e il tasso di ricarica naturale è praticamente zero su scala temporale umana.

I dati pubblicati nel 2025 dall’ISPRA nell’ambito del progetto nazionale di monitoraggio delle acque sotterranee sono inequivocabili: in alcune aree della Pianura Padana meridionale, i livelli piezometrici sono scesi di oltre 30 metri rispetto agli anni Settanta. In Puglia, il cuneo salino avanza nell’acquifero del Tavoliere a una media di 200 metri all’anno, rendendo inutilizzabili pozzi agricoli che fino a dieci anni fa erano perfettamente funzionali. Non si tratta di siccità stagionale: si tratta di un prelievo strutturalmente insostenibile che erode un patrimonio idrico che non tornerà.

Il paradosso italiano è che gestiamo le acque sotterranee con strumenti normativi pensati per le acque superficiali. I pozzi privati a uso agricolo sono censiti in modo frammentario, le concessioni di emungimento vengono rilasciate senza una visione di bacino idrogeologico complessiva, e i piani di tutela regionali raramente integrano dati di subsidenza — l’abbassamento del suolo causato proprio dal vuoto lasciato dall’acqua estratta. Bologna e Venezia ne sono esempi drammatici: la prima si è abbassata di 20 centimetri in alcune zone negli ultimi trent’anni.

Esiste però un modello virtuoso da cui l’Italia potrebbe imparare. In Spagna, la Confederación Hidrográfica del Júcar gestisce dal 2010 un sistema di ricarica artificiale degli acquiferi — le cosiddette Managed Aquifer Recharge (MAR) — che utilizza acque reflue depurate e acque piovane in eccesso per reintrodurle negli strati profondi attraverso pozzi di iniezione e bacini di infiltrazione. Il risultato: in 15 anni, i livelli piezometrici di tre acquiferi critici sono risaliti in media di 8 metri.

In Italia esistono sperimentazioni MAR in Veneto e in Lombardia, ma restano episodiche, prive di finanziamenti stabili e invisibili all’agenda politica nazionale. La bozza del Piano Nazionale di Adattamento al Cambiamento Climatico le cita en passant, senza tradurle in obiettivi misurabili o risorse dedicate.

L’acqua fossile non è una riserva strategica: è un conto corrente che stiamo prosciugando senza mai versare un centesimo.

Foto di 132369 su Pixabay

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