Nelle marinerie di Rimini, Cesenatico e Cattolica giace ogni anno una montagna silenziosa di rifiuti che pochi conoscono: reti sintetiche esauste, cime in polipropilene, galleggianti in polivinilcloruro, cassette in EPS per il pescato. Un flusso che la logistica tradizionale del riciclo ha sempre trattato come materiale problematico, destinato in larga parte alla discarica o all’incenerimento. Oggi, grazie a un processo industriale che fino a pochi anni fa sembrava confinato alla ricerca di laboratorio, questo scenario sta cambiando in modo concreto.
La pirolisi lenta — ovvero la decomposizione termochimica controllata di polimeri in assenza di ossigeno, a temperature comprese tra 350 e 550 gradi Celsius — sta dimostrando di saper gestire proprio quei plastici misti e contaminati da sale, alghe e residui organici che i sistemi meccanici di selezione tradizionale non riescono a valorizzare. Un impianto pilota attivato nel 2025 nel polo industriale di Ravenna, in collaborazione con il Consorzio Cooperative Pescatori dell’Adriatico e un’azienda chimica specializzata nella raffinazione secondaria, ha raggiunto una resa media dell’87% in termini di recupero energetico e di materia: circa 650 kg di olio pirolitico per ogni tonnellata di plastica da pesca processata, un olio che può essere reintrodotto come feedstock nelle raffinerie oppure raffinato ulteriormente per produrre nuova materia prima per la manifattura plastica.
Il dato più sorprendente riguarda la qualità del prodotto finale: le analisi condotte dal Dipartimento di Chimica Industriale dell’Università di Bologna hanno rilevato che l’olio pirolitico ottenuto dai rifiuti marini ha una concentrazione di cloro inferiore allo 0,08%, soglia fondamentale per l’accettazione nei circuiti di cracking petrolchimico. Questo risultato è stato ottenuto introducendo un pre-trattamento a vapore saturo che rimuove i sali e stabilizza i polimeri clorurati prima dell’ingresso in camera di pirolisi.
L’impatto sull’economia circolare del settore ittico è difficile da sopravvalutare. Il comparto della pesca artigianale italiana genera ogni anno oltre 12.000 tonnellate di rifiuti plastici specifici di settore, la maggior parte dei quali non trova oggi sbocchi di riciclo tecnicamente ed economicamente sostenibili. Il modello romagnolo dimostra che esiste un percorso industrialmente percorribile, capace di trasformare un problema di gestione ambientale in una risorsa per la chimica di seconda vita.
Non si tratta di utopia verde: si tratta di chimica applicata che incontra la geografia dei porti, e che dimostra come l’economia circolare più efficace nasca spesso dove i rifiuti sono più difficili da ignorare.
Foto di Xavier Messina su Pexels
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