Per decenni, le pale meccaniche dei Comuni costieri italiani hanno rimosso sistematicamente la posidonia spiaggiata — quella massa di foglie morte e rizomi che ingombra le spiagge ogni autunno — trattandola come rifiuto da smaltire. Un errore costoso, ora quantificato con crescente precisione dalla scienza: ogni tonnellata di posidonia oceanica lasciata in loco o reintrodotta strategicamente sulla battigia protegge il litorale con un’efficacia paragonabile a opere di difesa costiera del valore stimato tra 8.000 e 12.000 euro per metro lineare.
Il caso studio che ha cambiato la narrativa viene dalla Sardegna meridionale, dove il Comune di Villasimius — in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università di Cagliari — ha avviato nel 2023 un protocollo sperimentale di gestione differenziata delle banquettes, i cuscinetti naturali di posidonia accumulati dal moto ondoso. In tre stagioni di monitoraggio, i tratti di spiaggia dove le banquettes sono state reintegrate hanno mostrato un arretramento della linea di riva inferiore del 73% rispetto ai settori in cui la rimozione era continuata secondo le vecchie pratiche.
La ragione è fisica prima che ecologica: la posidonia spiaggiata agisce come smorzatore energetico delle onde, riduce il trasporto eolico della sabbia verso l’entroterra e stabilizza il profilo subacqueo della duna sommersa. Non è semplice rifiuto organico: è un’infrastruttura naturale stratificata su millenni di sedimentazione biologica.
Il nodo politico, però, rimane aperto. La pressione turistica spinge ancora molte amministrazioni locali a optare per spiagge «pulite» nell’accezione estetica del termine, sacrificando un servizio ecosistemico gratuito sull’altare della percezione balneare. In Italia si stima che ogni anno vengano rimossi e conferiti in discarica oltre 120.000 metri cubi di posidonia spiaggiata, con costi di gestione che ricadono interamente sui Comuni — e quindi sui cittadini — senza alcun ritorno ambientale.
La svolta normativa è ancora timida: le linee guida ISPRA del 2022 raccomandano la gestione in situ, ma non impongono obblighi. Alcune Regioni, tra cui Puglia e Toscana, stanno sperimentando protocolli di certificazione per i Comuni virtuosi, con l’obiettivo di sbloccare finanziamenti europei legati alla rendicontazione dei servizi ecosistemici costieri.
Lasciare che la natura faccia il suo lavoro non è pigrizia gestionale: è la forma più sofisticata di ingegneria ambientale che conosciamo.
Foto di Jonathan Borba su Pexels
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