Il fungo che decontamina il legno: come la biorimedia micologica sta salvando le travi di castagno trattate con arsenico nelle dimore storiche dell’Appennino ligure-piemontese

Nelle valli tra il Monte Antola e le Langhe, centinaia di edifici rurali storici nascondono un problema silenzioso: le travi e i tavolati di castagno trattati decenni fa con arsenicato di rame cromatato, il famigerato CCA, un preservante del legno oggi vietato dalla direttiva europea 2003/2/CE ma ancora presente in strutture costruite prima del 2004. Smaltire quei materiali come rifiuto pericoloso costa in media 480 euro a tonnellata e genera emissioni significative. Ma una ricerca coordinata dall’Università di Genova, in collaborazione con il CNR-ISAFOM di Cosenza, sta aprendo una via radicalmente diversa: usare i funghi della famiglia Phanerochaete per degradare e immobilizzare i metalli pesanti direttamente nella matrice lignea, rendendo il legno nuovamente inerte e reimpiegabile.

Il meccanismo è affascinante. Phanerochaete chrysosporium, noto per la sua capacità di decomporre la lignina, produce enzimi — in particolare manganese perossidasi e laccase — che alterano la struttura chimica dei complessi cromo-arsenico, precipitando i metalli in forme cristalline stabili e bio-inaccessibili. In condizioni di laboratorio, trattamenti di 60 giorni a umidità controllata hanno ridotto la mobilità dell’arsenico nel legno dell’87%, portando la concentrazione lisciviabile al di sotto dei limiti di legge per i materiali da costruzione non classificati come pericolosi.

La sfida attuale è trasferire questo processo in campo, su strutture in opera. I ricercatori stanno sperimentando inoculazioni tramite iniezione di spore in gel idrofilo direttamente nelle venature del legno, con monitoraggio periodico della progressione fungina mediante tomografia sonica — una tecnica non invasiva già utilizzata per valutare il decadimento degli alberi urbani. I primi cantieri pilota coinvolgono tre cascine vincolate dalla Soprintendenza in provincia di Alessandria, dove la sostituzione delle travi originali non è né consentita né culturalmente desiderabile.

L’impatto potenziale è tutt’altro che marginale. Solo in Piemonte e Liguria, le stime regionali indicano oltre 12.000 edifici rurali con strutture lignee potenzialmente trattate con CCA. Se la biorimedia micologica si dimostrasse scalabile, potrebbe evitare la produzione di migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi, preservare un patrimonio architettonico insostituibile e ridurre i costi di risanamento dell’80% rispetto allo smaltimento convenzionale.

Non si tratta soltanto di salvare vecchie travi: si tratta di insegnare ai funghi a riparare ciò che la chimica del Novecento ha ferito, trasformando il passivo ambientale di un’epoca intera in una risorsa per quella futura.

Foto di Noah Ilbery su Pexels

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