Il sale che disseta le città: come il recupero dell’acqua di processo dalle saline siciliane sta alimentando i sistemi idrici industriali del Mezzogiorno senz’acqua dolce

C’è un paradosso che attraversa il Mezzogiorno ogni estate: industrie assetate di acqua di processo che attingono a falde sempre più esauste, mentre a pochi chilometri le saline tradizionali scaricano in mare le acque madri esauste dopo l’estrazione del sale. Un ciclo spezzato che costa all’ambiente e all’economia miliardi di litri d’acqua l’anno.

Ora, grazie a un protocollo sviluppato congiuntamente dall’Università di Palermo e da un consorzio di imprese chimiche trapanesi, questo cortocircuito comincia a chiudersi. Il progetto, avviato in via sperimentale nel 2024 presso le saline di Marsala, prevede il recupero e il trattamento delle acque madri — i reflui ipersalini ricchi di magnesio, potassio e bromo che residuano dopo la cristallizzazione del cloruro di sodio — trasformandoli in acqua di processo industriale utilizzabile nei cicli di raffreddamento e nei lavaggi tecnici dei siti petrolchimici di Gela e Milazzo.

Il meccanismo è elegante nella sua semplicità ingegneristica: le acque madri vengono sottoposte a una doppia osmosi inversa a membrana ceramica ad alta tolleranza salina, seguita da un passaggio di nanofiltrazione che separa i sali di magnesio — venduti come sottoprodotto alla filiera agro-industriale — dall’acqua deionizzata recuperata. Il risultato? Un tasso di recupero idrico dell’82% sul volume trattato, con una riduzione del prelievo da falda stimata in 1,4 milioni di metri cubi l’anno a regime completo, equivalente al fabbisogno idrico annuo di una città di 25.000 abitanti.

L’aspetto più significativo sul piano della sostenibilità sistemica è la natura a cascata del processo: ogni frazione dell’acqua madre trova una destinazione economicamente valorizzata. Il bromo estratto alimenta la filiera farmaceutica, i sali di potassio vanno ai fertilizzanti, e persino la salamoia residua di scarto viene nebulizzata per abbattere le polveri sottili nelle aree portuali, in sostituzione degli idrocarburi normalmente impiegati.

Il modello non è replicabile ovunque, ma nelle regioni costiere mediterranee — Sardegna, Puglia, Sicilia — dove la pressione sulle risorse idriche sotterranee ha già superato la soglia critica indicata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, rappresenta un cambio di paradigma concreto: l’acqua smette di essere una risorsa lineare da prelevare e scartare, e diventa un flusso circolare da orchestrare.

Quando il mare impara a dissetare l’industria senza cedere una goccia di acqua dolce, la sostenibilità cessa di essere un’aspirazione e diventa ingegneria.

Foto di Kewal Nagda su Pexels

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