Il bitume che rinasce dall’asfalto: come il fresato stradale della rete autostradale lombarda sta diventando materia prima certificata per nuove pavimentazioni a emissioni zero

C’è una risorsa nascosta sotto i nostri piedi, letteralmente. Ogni anno in Italia vengono prodotti circa 10 milioni di tonnellate di fresato d’asfalto — il materiale granulare ottenuto dalla rimozione meccanica del manto stradale deteriorato — e per decenni questa massa nera e polverosa è stata trattata come un sottoprodotto di serie B, destinato a riempimenti, sottofondi o, nel peggiore dei casi, discariche autorizzate.

Oggi qualcosa sta cambiando in modo strutturale, e la Lombardia si trova all’avanguardia di questa trasformazione silenziosa. Nell’ambito del piano di manutenzione straordinaria della rete autostradale gestita da Autostrade per l’Italia, una sperimentazione avviata nel 2025 lungo il corridoio A4 Torino-Trieste ha dimostrato che il fresato bituminoso, se sottoposto a rigenerazione a caldo con additivi chimici bio-derivati — in particolare oli vegetali esauriti da filiera di raccolta certificata — può essere reimmesso nel ciclo produttivo con percentuali di sostituzione del bitume vergine fino al 70%, senza alcuna perdita nelle prestazioni meccaniche e nella resistenza all’ormaiamento.

I dati pubblicati dal laboratorio tecnico del Politecnico di Milano nel settembre 2026 sono inequivocabili: le miscele rigenerate con alto contenuto di RAP (Reclaimed Asphalt Pavement) mostrano una riduzione delle emissioni di CO₂ legate alla produzione del conglomerato bituminoso pari a 47 kg per tonnellata rispetto al mix tradizionale. Su scala di un cantiere autostradale medio — circa 15.000 tonnellate di asfalto posato — questo si traduce in oltre 700 tonnellate di CO₂ non emesse per singolo intervento.

Il modello circolare che emerge è di rara coerenza: la stessa autostrada che viene fresata fornisce la materia prima per ricostruire sé stessa. Non è un paradosso, è economia circolare applicata alle infrastrutture pesanti, un settore che fino a pochi anni fa sembrava impermeabile a qualsiasi logica di chiusura del ciclo.

L’aspetto forse più interessante riguarda la certificazione. Nel 2026, ANAS e alcune province lombarde hanno adottato un protocollo di tracciabilità digitale del fresato, basato su tag RFID applicati ai cumuli durante la raccolta, che permette di seguire il materiale dall’asportazione fino alla nuova posa. Una blockchain del manto stradale, per così dire.

L’ostacolo normativo non è ancora completamente superato — la classificazione del fresato come rifiuto o sottoprodotto dipende ancora da iter regionali disomogenei — ma la direzione è segnata.

La strada più sostenibile del futuro potrebbe essere, semplicemente, quella che stiamo già percorrendo.

Foto di Robert So su Pexels

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