Città spugna in Bangladesh: misurare la resilienza urbana alle alluvioni

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Quando la città si comporta come una spugna

Immaginate una città capace di bere la pioggia invece di subirla: di assorbirla, trattenerla e rilasciarla lentamente, come farebbe un terreno naturale non cementificato. Questo è il principio alla base del concetto di città spugna (sponge city), un paradigma che sta guadagnando crescente attenzione nella pianificazione urbanistica globale, soprattutto nelle aree metropolitane esposte al rischio alluvionale.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Habitat International nel 2026 ha applicato questo concetto a due grandi città del Bangladesh — Khulna e Rajshahi — sviluppando un vero e proprio indice di spugnosità urbana basato su tecnologie GIS e analisi multicriteria. Si tratta di uno studio di tipo modellistico e di caso, che combina telerilevamento satellitare e metodi quantitativi per offrire uno strumento pratico a supporto della pianificazione territoriale.

Che cosa si intende per “spugnosità urbana”

Gli autori definiscono la spugnosità urbana come la capacità di una città di assorbire, immagazzinare e rilasciare gradualmente le acque meteoriche attraverso quella che viene chiamata infrastruttura blu-verde: zone umide, stagni, superfici permeabili, aree vegetate. Questi elementi funzionano come ammortizzatori idrologici naturali, riducendo il rischio di allagamenti improvvisi nelle aree densamente costruite.

Il problema è che misurare questa capacità in modo sistematico e confrontabile tra diverse città non è affatto semplice. Lo studio si propone proprio di colmare questa lacuna, costruendo un indice basato su nove indicatori ricavati da immagini satellitari Landsat per tre momenti temporali: 2015, 2020 e 2025. Gli indicatori coprono quattro dimensioni principali:

Questi parametri sono stati combinati attraverso una tecnica chiamata Analytical Hierarchy Process (AHP), che assegna pesi differenti a ciascun indicatore in base alla sua rilevanza relativa, e sovrapposti tramite GIS per ottenere una classificazione del territorio in cinque categorie, dalla spugnosità molto bassa a quella molto alta.

Cosa emerge dai dati: luci e ombre

I risultati rivelano un quadro composito, lontano sia dall’ottimismo facile sia dal pessimismo fatalistico. In entrambe le città, la categoria dominante è quella della spugnosità moderata: né virtuosa né critica, ma sospesa in una zona grigia che richiede interventi mirati.

A Khulna, la percentuale di aree con spugnosità molto bassa è scesa dal 18% al 15% nel decennio analizzato, mentre le zone con spugnosità molto alta sono salite dal 10% al 12%. Un miglioramento, seppure modesto, in un contesto segnato da espansione urbana continua e dalla perdita di zone umide.

A Rajshahi, la spugnosità molto alta è aumentata dal 6% al 7%, un dato che gli autori mettono in relazione con documentate iniziative di piantagione avviate nella città. Tuttavia, la rapida crescita demografica esercita una pressione crescente sulle risorse blu-verdi nei quartieri residenziali più densi. Questo disallineamento — tra i guadagni ecologici ottenuti e la capacità di governance necessaria a proteggerli — è forse il segnale più preoccupante dell’intero studio.

«Ampi settori di entrambe le città restano nella fascia bassa o moderata. Il divario tra i progressi ecologici e la capacità istituzionale di tutelarli si sta allargando.»

I limiti dichiarati: onestà scientifica come valore

Gli autori sono espliciti nel circoscrivere il raggio d’azione del loro strumento. L’indice si basa su dati di telerilevamento a scala macro: non è in grado di rilevare le prestazioni drenanti a livello di singolo lotto o di incorporare dati idrologici rilevati sul campo. Tradurre i risultati dell’indice in decisioni concrete di zonizzazione o in investimenti infrastrutturali richiederà un’integrazione più stretta con le istituzioni di pianificazione locale.

Detto questo, gli autori rivendicano con chiarezza il valore dello strumento: si tratta di una baseline pratica e trasferibile, applicabile non solo alle città bangladesi ma a qualsiasi contesto urbano caratterizzato da rapida urbanizzazione e vulnerabilità alle alluvioni.

Perché questo studio interessa anche chi progetta paesaggi

Per chi lavora con il verde — progettisti del paesaggio, agronomi, amministratori locali, appassionati di sostenibilità — questo studio offre una prospettiva preziosa. Dimostra che zone umide, superfici permeabili e infrastrutture verdi non sono accessori estetici del territorio urbano, ma componenti funzionali misurabili della sua resilienza. La loro perdita ha conseguenze quantificabili. La loro tutela, o il loro ripristino, genera benefici documentabili.

L’approccio metodologico — indici compositi, GIS, analisi temporale — suggerisce anche che strumenti analoghi potrebbero essere sviluppati e adattati per altre realtà urbane, comprese le città europee e italiane sempre più esposte a eventi meteorologici estremi.

Finanziamento della ricerca

I metadati della pubblicazione non riportano alcun finanziatore per questo studio. Questo non significa che la ricerca sia stata condotta senza finanziamenti: la disponibilità e la dichiarazione di questo dato variano da rivista a rivista e da editore a editore, e non è possibile trarre conclusioni in merito.

Fonte

Shovon Das, Md. Zakir Hossain, Md Mostafizur Rahman, Khan Rubayet Rahaman (2026). Assessing sponginess for urban resilience planning in metropolitan cities of Bangladesh: A GIS-based multi-criteria decision-making approach. Habitat International. DOI: 10.1016/j.habitatint.2026.104003 — accesso aperto

Finanziamento: i metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore. L’assenza del dato non implica assenza di finanziamento.

Questo articolo sintetizza uno studio accademico peer-reviewed. Tutti i dati riportati provengono dalla pubblicazione originale, consultabile al DOI indicato.

Foto di Helena Jankovičová Kováčová su Pexels

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