Il lichene che misura il futuro: come la bioindicazione crostosa sta diventando il nuovo strumento di monitoraggio della qualità dell’aria nei centri storici di Venezia e Genova

Crescono lentamente, a volte pochi millimetri l’anno, si aggrappano alla pietra come memorie silenziose e registrano con precisione sorprendente ogni variazione chimica dell’atmosfera circostante. I licheni crostosi, organismi simbiotici tra funghi e alghe, stanno emergendo come uno degli strumenti più affidabili e a basso costo per il monitoraggio continuo della qualità dell’aria urbana. Non è una scoperta nuova in senso assoluto, ma l’applicazione sistematica e digitale di questa bioindicazione nei centri storici italiani rappresenta una svolta metodologica concreta e poco raccontata.

A Venezia e Genova, due città accomunate da una pressione antropica intensa e da un patrimonio architettonico di straordinario valore, gruppi di ricercatori dell’Università Ca’ Foscari e del CNR-ISMAR stanno costruendo reti di biomonitoraggio basate su oltre 340 stazioni lichénometriche distribuite lungo facciate, ponti e muri perimetrali. I dati raccolti tra il 2023 e il 2026 mostrano che le variazioni nella composizione tallosa dei licheni — in particolare la riduzione delle specie foliose in favore di quelle crostose più resistenti — correlano con picchi di biossido di azoto e polveri sottili PM2.5 con un coefficiente di correlazione superiore a 0,87, paragonabile ai sensori elettrochimici fissi, ma con un costo di installazione e manutenzione ridotto dell’82%.

Il progetto, denominato LicheNet e parzialmente finanziato dal programma europeo Life4Cities, integra le rilevazioni biologiche con piattaforme GIS open source, restituendo mappe dinamiche della qualità dell’aria aggiornate stagionalmente. Questo approccio consente alle amministrazioni locali di individuare microzone critiche che le tradizionali centraline di rilevamento — spesso posizionate in punti non rappresentativi — tendono a sottostimare. A Genova, ad esempio, il monitoraggio lichenico ha rivelato una zona di accumulo di inquinanti nel carruggio storico di Via del Campo, ignorata dai report ufficiali per oltre un decennio.

L’implicazione per lo sviluppo sostenibile urbano è diretta: pianificare interventi di mobilità dolce, verde verticale e riduzione del traffico pesante sulla base di dati biologici territorialmente distribuiti significa costruire politiche ambientali più precise, più eque e meno costose. La bioindicazione lichenica non sostituisce la tecnologia, ma la affianca con una saggezza evolutiva di milioni di anni.

In un’epoca in cui le città cercano strumenti per misurare la propria salute ambientale, la risposta più sofisticata potrebbe essere quella che esiste già sulle pietre da secoli.

Foto di Natalia Olivera su Pexels

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