C’è un paradosso affascinante nascosto nelle saline abbandonate della Sicilia occidentale: quegli specchi d’acqua ipersalina che per secoli hanno prodotto sale marino stanno oggi diventando qualcosa di completamente inatteso — batterie termiche naturali capaci di accumulare energia solare estiva e restituirla nei mesi freddi alle reti di riscaldamento dei comuni costieri.
Il meccanismo si chiama accumulo termico stagionale in acquiferi salini (ATES, Aquifer Thermal Energy Storage), e nelle saline dismesse di Marsala e Paceco sta trovando una seconda vita applicativa straordinariamente efficiente. Le acque di salamoia, con concentrazioni saline superiori al 25%, hanno una capacità termica volumetrica circa il 18% superiore all’acqua dolce e possono essere portate a temperature di 70-85°C senza rischio di corrosione delle vasche di argilla naturale che costituiscono il fondo delle saline storiche.
Il progetto pilota, coordinato dall’Università di Palermo in collaborazione con il CNR-ITAE di Messina e avviato nel 2024, ha già prodotto dati significativi: durante l’estate 2025, tre vasche sperimentali nella Riserva Naturale dello Stagnone hanno accumulato energia termica equivalente a 2.800 MWh, sufficiente — secondo le stime del gruppo di ricerca — a coprire il fabbisogno invernale di riscaldamento di circa 400 abitazioni per quattro mesi consecutivi, con un rendimento complessivo del ciclo carica-scarica che ha raggiunto il 68%.
L’elemento più sorprendente riguarda la sinergia ecologica del sistema: le vasche ATES nelle saline non solo non alterano l’ecosistema alofito esistente, ma nel periodo di scarica invernale mantengono temperature leggermente superiori allo zero che proteggono le popolazioni svernanti di fenicotteri rosa, da anni in espansione lungo la costa trapanese. La sostenibilità, in questo caso, si misura su scale temporali e biologiche multiple.
Lo scenario scalabile è altrettanto promettente. L’Italia conta oltre 180 saline storiche parzialmente o totalmente dismesse lungo le coste tirrenica, adriatica e siciliana. Se anche solo il 30% di esse fosse riconvertita ad accumulo termico stagionale, la capacità installata teorica supererebbe i 12 TWh termici — un contributo non trascurabile alla decarbonizzazione del riscaldamento civile, settore che in Italia pesa ancora per il 34% delle emissioni totali di CO₂ equivalente.
Non è fantascienza industriale: è sale, argilla, sole mediterraneo e una visione sistemica finalmente all’altezza della complessità che il cambiamento climatico richiede.
Il futuro energetico dell’Italia potrebbe essere custodito proprio là dove i fenicotteri posano le zampe all’alba.
Foto di Janeth Charris su Pexels
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