Il polistirolo che torna chimico: come la depolimerizzazione solvolítica sta trasformando gli imballaggi EPS in stirene puro nei laboratori dell’industria petrolchimica siciliana

Per decenni il polistirolo espanso — quello che avvolge televisori, protegge elettrodomestici, isola capannoni — è stato considerato il peggior nemico dell’economia circolare. Volumetricamente ingombrante, praticamente impossibile da raccogliere in modo efficiente, e con un mercato del riciclo meccanico così fragile da rendere conveniente, quasi sempre, la discarica o l’inceneritore. Eppure qualcosa sta cambiando in modo radicale, e sta accadendo in Italia con una velocità che pochi osservatori hanno registrato.

Nel polo petrolchimico di Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa, un consorzio di imprese che coinvolge ENI Versalis e tre spin-off universitari dell’Università di Catania ha avviato nel 2025 un impianto pilota di depolimerizzazione solvolítica dell’EPS post-consumo. Il principio è elegante nella sua semplicità chimica: invece di fondere meccanicamente il materiale — recuperando al massimo il 60-70% delle proprietà originali — si rompe la catena polimerica con solventi selettivi a temperatura controllata, ottenendo stirene monomerica con una purezza superiore al 98,5%. Quello stirene può rientrare direttamente nel ciclo produttivo per fabbricare nuovo polistirolo vergine, chiudendo un loop che il riciclo tradizionale non ha mai potuto completare.

I dati preliminari pubblicati nel giugno 2026 sulla rivista Resources, Conservation and Recycling indicano che ogni tonnellata di EPS trattata con questo metodo genera 850 kg di stirene recuperato, riducendo le emissioni di CO₂ del processo produttivo del 74% rispetto alla sintesi petrolchimica convenzionale. Non si tratta di una stima teorica: l’impianto ha già processato, nei suoi primi otto mesi di attività, oltre 1.200 tonnellate di scarti EPS provenienti dalla grande distribuzione siciliana e calabrese, materiale che in precedenza finiva interamente in discarica per mancanza di filiere alternative.

Ciò che rende questa tecnologia particolarmente rilevante per il contesto europeo è il suo potenziale scalare. La direttiva SUP e il nuovo regolamento sugli imballaggi approvato da Bruxelles impongono ai produttori di polistirolo quote crescenti di contenuto riciclato: dal 10% nel 2028 al 25% nel 2035. Senza una chimica del riciclo capace di produrre monomero puro, quelle percentuali restano obiettivi su carta. La solvolisi trasforma invece un vincolo normativo in un’opportunità industriale concreta, radicata in un territorio — il triangolo petrolchimico siciliano — che da decenni cerca una transizione credibile verso la bioeconomia circolare.

Il polistirolo che sembrava condannato a sopravvivere solo nelle discariche sta imparando a dimenticare di essere stato un rifiuto.

Foto di SHVETS production su Pexels

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