Sotto i cantieri dei nuovi parchi urbani di Taranto e Brindisi, i carotaggi pedologici condotti tra il 2024 e il 2025 nell’ambito del progetto europeo ResiliaLand hanno restituito qualcosa di inaspettato: impronte radiali fossili di specie arboree vissute tra il IV e il VI secolo d.C., in un periodo climatico che i paleobotanici riconoscono come uno degli episodi di aridità più prolungata dell’Italia meridionale degli ultimi duemila anni. Quegli alberi, sopravvissuti a decenni di deficit idrico severo, hanno lasciato nei sedimenti argillosi tracce leggibili come mappe di resistenza biologica.
La disciplina che interpreta questi segnali si chiama dendroecologia radicale, e fino a pochi anni fa era confinata agli studi paleoclimatici universitari. Oggi, con l’accelerazione dei fenomeni siccitosi e l’urgenza di progettare spazi verdi capaci di sopravvivere senza irrigazione artificiale, alcuni studi di paesaggismo pugliesi stanno collaborando con il CNR-ISPA di Lecce per tradurre queste evidenze stratigrafiche in linee guida operative per la selezione delle piante.
Il meccanismo è più sofisticato di quanto sembri. Le impronte radiali fossili rivelano non solo quali specie prevalevano, ma come il loro apparato radicale si adattava geometricamente alla ricerca di acqua: angoli di penetrazione, densità laterale, profondità di ancoraggio. Incrociando questi dati con i profili pedologici attuali e le proiezioni climatiche al 2050 elaborate dall’ISPRA, i progettisti ottengono un indice di compatibilità storico-ambientale per ciascuna specie candidata all’impianto.
I risultati preliminari, presentati al convegno nazionale di progettazione del paesaggio di Bari nel giugno 2026, sono significativi: nei lotti pilota di Taranto, dove sono state piantate specie selezionate con questo metodo — tra cui Pistacia lentiscus, Cercis siliquastrum e alcune cultivar locali di Quercus pubescens — il tasso di attecchimento a 18 mesi ha raggiunto il 91%, contro il 64% medio dei progetti di riforestazione urbana tradizionale nella stessa area geografica. Il consumo di acqua in fase di attecchimento si è ridotto del 38%.
Quello che emerge da questa ricerca è una lezione epistemologica fondamentale per chi progetta il verde del futuro: il suolo non è solo un substrato tecnico, ma un archivio biologico stratificato. Ascoltarlo, invece di sovrascriverlo, significa progettare giardini che non lottano contro il clima, ma che lo ricordano — e per questo, sopravvivono.
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