Il cartone che torna a vivere nei porti: come il riciclo delle fibre cellulosiche saline sta alimentando la nuova carta da imballaggio del distretto di Capannori

C’è un problema che i grandi operatori portuali italiani conoscono bene ma raramente discutono ad alta voce: ogni anno, nei terminal container di Genova, La Spezia e Trieste, vengono smaltiti come rifiuto speciale oltre 180.000 tonnellate di cartone da imballaggio degradato dall’umidità marina e contaminato da sali. Fino a pochi anni fa, questo materiale era considerato tecnicamente inutilizzabile per il riciclo convenzionale: le fibre cellulosiche, una volta saturate di cloruri, compromettono i macchinari delle cartiere tradizionali e abbassano drasticamente la resistenza del prodotto finale.

Oggi, un consorzio nato dalla collaborazione tra il Comune di Capannori — da decenni considerato il laboratorio italiano della raccolta differenziata spinta — e tre cartiere lucchesi sta invertendo questa logica con un processo di pre-trattamento idrometallurgico a bassa temperatura. La tecnologia, sviluppata in partnership con il Dipartimento di Ingegneria Civile e Industriale dell’Università di Pisa, prevede un lavaggio selettivo delle fibre in soluzione tampone deionizzata, seguito da una fase di ricondizionamento enzimatico che ripristina la lunghezza media delle catene di cellulosa portandola a valori superiori ai 2,1 millimetri — soglia minima per la produzione di carta da imballaggio ondulata di classe B.

I risultati del primo anno di operatività industriale, presentati a luglio 2026 al convegno nazionale Ecomondo Preview di Rimini, parlano chiaro: il consorzio ha processato 4.200 tonnellate di cartone portuale degradato, sottraendole completamente al conferimento in discarica o alla combustione, e ha prodotto bobine di carta riciclata con un’impronta di carbonio inferiore del 41% rispetto alla carta vergine equivalente. Il saving economico per i gestori portuali è stimato in circa 280 euro per tonnellata, considerando i mancati costi di smaltimento.

L’aspetto più interessante, però, riguarda la circolarità del modello: i sali estratti durante il lavaggio vengono recuperati e ceduti all’industria chimica locale per la produzione di detergenti industriali, azzerando di fatto gli scarti del processo stesso. Capannori, che nel 2025 ha raggiunto il 90,3% di raccolta differenziata, diventa così il nodo di una filiera che parte dal mare e torna al territorio.

Questo caso dimostra che i flussi di scarto considerati irrecuperabili nascondono spesso soluzioni ingegneristiche sorprendentemente accessibili. Il vero ostacolo non è mai stato la tecnologia: era la mancanza di volontà di guardare oltre l’etichetta di ‘rifiuto speciale’.

Foto di Valentin Ivantsov su Pexels

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