Ogni anno in Italia finiscono in discarica o inceneritore circa 500.000 tonnellate di rifiuti tessili. Una quota rilevante — stimata dall’ENEA in oltre il 60% degli abiti raccolti in modo differenziato — è composta da tessuti misti, in cui fibre naturali e sintetiche sono intrecciate a livello molecolare in proporzioni variabili. Questo dettaglio tecnico, apparentemente banale per chi indossa una t-shirt cotone-poliestere, rappresenta di fatto il collo di bottiglia dell’intera filiera del riciclo tessile: né i processi meccanici né quelli chimici convenzionali riescono a separare le due componenti senza degradarle entrambe, rendendo il prodotto ottenuto economicamente inutilizzabile.
La soluzione che sta emergendo dai laboratori applicati si chiama termolisi selettiva controllata: un processo termochimico che sfrutta la diversa temperatura di degradazione del poliestere (PET) rispetto alla cellulosa del cotone per frammentare selettivamente solo il polimero sintetico, ottenendo monomeri di acido tereftalico puro e una fibra cellulosica intatta, pronta per essere ri-filata. La temperatura critica di separazione si colloca attorno ai 280–310 °C in atmosfera inerte, una finestra operativa sufficientemente ampia da garantire la riproducibilità industriale del processo.
In Italia, un consorzio pilota formato da tre aziende del distretto tessile pratese — da decenni capitale europea del riciclo delle lane — sta sperimentando un reattore discontinuo da 200 kg per ciclo produttivo, con l’obiettivo di trattare entro il 2027 almeno 3.000 tonnellate annue di tessuti misti altrimenti destinati allo smaltimento. I primi risultati, presentati a luglio 2026 al convegno Textile Circularity Forum di Bologna, mostrano una resa in PET monomerico superiore all’84% e una perdita della fibra di cotone inferiore al 7%, valori che rendono il processo competitivo rispetto all’approvvigionamento da materia vergine.
L’aspetto economicamente dirompente è che il mercato dell’acido tereftalico riciclato vale oggi circa 1.200 euro per tonnellata, il doppio rispetto alla fibra meccanicamente riciclata di bassa qualità. Questo differenziale trasforma i capi a fine vita da costo di smaltimento a risorsa con valore intrinseco misurabile — la precondizione che mancava per rendere il riciclo tessile davvero scalabile.
L’Unione Europea ha intanto reso obbligatoria la raccolta separata dei tessili in tutti gli Stati membri dal 1° gennaio 2025: una scadenza che ha moltiplicato i volumi disponibili ma ha anche evidenziato l’inadeguatezza degli impianti esistenti. La termolisi selettiva potrebbe essere la chiave che trasforma questo paradosso — troppo materiale, troppo difficile da trattare — nell’occasione industriale che il tessile circolare italiano aspettava da vent’anni.
Quando la scienza impara a separare ciò che la moda ha mescolato, il guardaroba dismesso smette di essere un problema e diventa una miniera.
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