C’è un paradosso che l’industria italiana ha ignorato per decenni: scaricare fosforo nei corsi d’acqua come rifiuto, mentre importa ogni anno circa 400.000 tonnellate di fertilizzanti fosfatici dall’estero. Un cortocircuito economico e ambientale che un gruppo di ricercatori toscani sta cominciando a ricucire con un minerale dall’aspetto quasi dimenticato: la struvite.
Nei distretti conciatori di Santa Croce sull’Arno, dove la lavorazione delle pelli genera reflui ad altissima concentrazione di azoto ammoniacale e fosforo disciolto, tre impianti pilota attivi dal 2024 stanno recuperando questi elementi attraverso un processo di precipitazione chimica controllata. Il risultato è la cristallizzazione spontanea di fosfato di magnesio e ammonio — la struvite, appunto — direttamente nelle vasche di trattamento. Un minerale bianco, granulare, che in laboratorio dimostra un rilascio lento dei nutrienti compatibile con le esigenze delle colture cerealicole e orticole.
I dati preliminari pubblicati nel luglio 2026 dal dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università di Firenze indicano un recupero medio dell’83% del fosforo totale contenuto nei reflui trattati, con un abbattimento contestuale del 67% del carico di azoto ammoniacale scaricato. In termini pratici, ogni metro cubo di refluo lavorato genera tra 1,2 e 1,8 chilogrammi di struvite grezza, pronta per un successivo processo di essiccazione e granulazione.
L’aspetto che rende questo approccio particolarmente rilevante nel quadro dello sviluppo sostenibile europeo è la sua coerenza con il regolamento UE 2019/1009 sui prodotti fertilizzanti, che include esplicitamente i precipitati di fosfati tra le materie prime ammesse per la produzione di fertilizzanti organominerali certificati. Questo significa che la struvite recuperata dai reflui industriali può entrare legalmente nel mercato agricolo europeo, trasformando un costo di smaltimento in un flusso di ricavo.
Le proiezioni economiche del progetto, finanziato in parte dal PNRR attraverso il Ministero dell’Ambiente, stimano che la sola filiera conciaria toscana potrebbe recuperare fino a 2.300 tonnellate annue di struvite, abbattendo il fabbisogno di fosforo vergine importato e riducendo contemporaneamente il carico eutrofizzante sull’Arno di circa il 40% nel tratto critico compreso tra Pontedera e il delta.
Non si tratta di cercare alternative, ma di riconoscere che i rifiuti dell’industria italiana contengono già le risorse che paghiamo per importare dall’altra parte del mondo.
Foto di Atlantic Ambience su Pexels
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