Il cemento che smette di scaldare le città: come gli intonaci a cambiamento di fase stanno abbassando di 6°C la temperatura interna degli edifici storici siciliani senza un grammo di aria condizionata

C’è una rivoluzione silenziosa che scorre dentro le pareti degli edifici più antichi della Sicilia. Non si vede, non fa rumore, ma nei mesi estivi fa la differenza tra un interno soffocante e un ambiente vivibile: si tratta dei materiali a cambiamento di fase, i cosiddetti PCM (Phase Change Materials), microincapsulati direttamente negli intonaci di restauro applicati su murature storiche a tufo e pietra lavica.

Il principio fisico è elementare quanto geniale: certi composti organici — in genere paraffine derivate da fonti rinnovabili o acidi grassi di scarto dell’industria agroalimentare — fondono a temperature comprese tra 24 e 28°C, assorbendo enormi quantità di calore latente senza aumentare la propria temperatura superficiale. Quando le temperature scendono, il materiale solidifica di nuovo, rilasciando il calore accumulato verso l’esterno. La parete, in pratica, diventa un ammortizzatore termico attivo.

Il caso studio che ha attirato l’attenzione della comunità scientifica europea arriva da Palermo. Un progetto pilota finanziato nell’ambito del programma Horizon Europe e coordinato dall’Università degli Studi di Palermo ha coinvolto quattordici edifici residenziali nel quartiere della Kalsa, uno dei centri storici più densamente costruiti e termicamente stressati del Mediterraneo. Sulle facciate interne ed esterne sono stati applicati intonaci a base di PCM microincapsulato con uno spessore medio di soli 3,5 centimetri, compatibile con i vincoli della Soprintendenza ai Beni Culturali.

I risultati, pubblicati all’inizio del 2026 sulla rivista Energy and Buildings, sono inequivocabili: nelle giornate con picchi esterni superiori a 38°C, la temperatura interna degli ambienti trattati si è mantenuta mediamente 6,2°C più bassa rispetto agli edifici di controllo non trattati, con punte di 8°C nelle ore pomeridiane. Il consumo di energia per il raffrescamento, nei rari casi in cui i residenti utilizzavano ventilatori o split, si è ridotto del 41% su base stagionale.

L’aspetto più rilevante dal punto di vista della sostenibilità è la filiera: i PCM utilizzati nel progetto palermitano sono derivati da acido stearico recuperato dagli scarti di lavorazione dell’olio d’oliva siciliano, chiudendo un ciclo produttivo locale che riduce l’impronta di carbonio del materiale di circa il 60% rispetto alle paraffine di origine fossile.

In un Paese dove il 70% del patrimonio edilizio è stato costruito prima del 1976 — ovvero prima di qualsiasi normativa sull’isolamento termico — e dove le ondate di calore costano ogni anno miliardi in consumi energetici e danni alla salute pubblica, questa tecnologia rappresenta qualcosa di più di una promessa di laboratorio.

Le città più calde d’Europa hanno già le pareti giuste per combattere il caldo: devono solo imparare a farle lavorare.

Foto di Alina Rossoshanska su Pexels

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