La plastica che torna molecola: come la pirolisi catalitica sta trasformando i polimeri misti irrecuperabili in materia prima vergine negli impianti pilota siciliani

Per decenni il confine tra riciclo e smaltimento è stato tracciato da un criterio brutalmente semplice: se la plastica era mista, sporca o multistrato, finiva nell’inceneritore o in discarica. Nessun processo meccanico riusciva a separare il polietilene dal nylon dal polipropilene quando questi erano fusi insieme in un imballaggio alimentare o in un sacchetto composito. Oggi quel confine sta arretrando, grazie a una tecnologia che non ricicla il materiale — lo smonta.

La pirolisi catalitica è un processo termochimico che depolimerizza le macromolecole plastiche in assenza di ossigeno, usando catalizzatori zeolitici per orientare la rottura dei legami verso frazioni idrocarburiche specifiche: nafta, gasolio leggero, gas sintetico. Il risultato non è un granulo di plastica riciclata di qualità inferiore, ma un olio pirolizzato chimicamente equivalente al greggio raffinato, utilizzabile come feedstock dall’industria petrolchimica per produrre nuova plastica vergine.

A rendere il dato rilevante per l’Italia è quanto sta accadendo nella Zona Industriale di Gela, in Sicilia, dove dal marzo 2026 opera il primo impianto pilota italiano certificato secondo lo standard ISCC PLUS per il riciclo chimico. La capacità attuale è di 8.000 tonnellate annue di plastica mista post-consumo, una quota che copre circa il 3% del flusso di plastiche non meccanicamente riciclabili prodotte ogni anno in Sicilia. L’impianto accetta frazioni che il sistema di raccolta differenziata tradizionale rigetta sistematicamente: film agricoli contaminati da fitofarmaci, imballaggi multistrato da surgelati, rifiuti plastici da pesca.

Ciò che distingue l’approccio siciliano da esperienze analoghe in Olanda e Germania è l’integrazione a monte con i consorzi agricoli locali e le cooperative della pesca, che consegnano i loro scarti direttamente all’impianto eliminando il passaggio attraverso le piattaforme di selezione provinciali. Questa filiera corta riduce del 34% i costi logistici rispetto al modello centralizzato nordeuropeo, secondo i dati preliminari pubblicati dal CNR di Palermo in luglio 2026.

Rimangono nodi aperti: l’efficienza energetica del processo è ancora alta — servono circa 1,2 megajoule per kg di plastica trattata — e la resa in nafta pirolizzata si attesta attorno al 62% in peso, con il resto convertito in gas di processo bruciato per alimentare la reazione stessa. La scala industriale resta una sfida.

Ma il principio che si sta affermando a Gela è scomodo e dirompente: non esiste plastica irrecuperabile, esiste solo plastica per cui non abbiamo ancora costruito il processo giusto.

Foto di Markus Winkler su Pexels

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