Esiste un materiale che conosciamo tutti, che protegge elettrodomestici e isola i tetti, eppure che per decenni ha rappresentato uno degli enigmi irrisolti dell’economia circolare italiana: il polistirolo espanso, noto come EPS. Leggero, resistente, economico — e quasi impossibile da riciclare con i metodi tradizionali. Fino ad ora.
I dati del COREPLA aggiornati al 2025 sono impietosi: l’Italia genera ogni anno circa 80.000 tonnellate di scarti in EPS provenienti prevalentemente dall’edilizia, dall’imballaggio industriale e dalla catena del freddo alimentare. Di queste, meno del 22% viene effettivamente recuperato attraverso la densificazione meccanica convenzionale. Il resto finisce in discarica o, peggio, disperso in frammenti microscopici che colonizzano suoli e corsi d’acqua.
Il cambio di paradigma arriva dalla chimica. La solvolisi a freddo — una tecnica di depolimerizzazione chimica che utilizza solventi selettivi a temperatura ambiente, senza combustione e senza emissioni rilevanti di CO₂ — permette di sciogliere l’EPS fino a ridurne il volume di 98 volte e di recuperare stirene monomero puro, il mattone molecolare originale del materiale. Quello stirene può essere ripolimerizzato per produrre polistirolo vergine di qualità identica all’originale, chiudendo il ciclo in modo quasi perfetto.
A fare da apripista in Italia è un consorzio formato tra l’Università di Bologna, il Politecnico di Milano e tre aziende manifatturiere emiliane, che dal gennaio 2026 ha avviato il primo impianto pilota industriale a Modena. I risultati preliminari — presentati al convegno Ecomondo di Rimini lo scorso novembre — indicano un tasso di recupero dello stirene superiore all’89%, con un consumo energetico per tonnellata trattata inferiore del 60% rispetto all’incenerimento con recupero di calore.
L’aspetto più rivoluzionario non è però la chimica in sé, già teorizzata da anni nei laboratori accademici. È la logistica. Il progetto modenese ha strutturato una rete di raccolta capillare nei cantieri edili dell’Emilia-Romagna, dotando le imprese di compattatori mobili che riducono l’EPS in blocchi trasportabili da inviare all’impianto centrale. Un modello di filiera corta applicato al riciclo chimico, raramente tentato prima a scala reale.
Se il modello venisse replicato nelle dieci province metropolitane italiane a più alta densità edilizia, le proiezioni del consorzio stimano il recupero di oltre 35.000 tonnellate annue di EPS entro il 2030 — abbastanza da azzerare le importazioni italiane di stirene vergine per due mesi l’anno.
Il polistirolo non era un problema senza soluzione: era un problema a cui non avevamo ancora deciso di dare una risposta all’altezza della sua scala.
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