Quando migliorare la casa non si riconosce come efficienza energetica
Aggiungere una tenda spessa, tamponare una finestra che perde aria, dipingere il tetto di bianco per riflettere il calore: sono gesti quotidiani, spesso dettati dal buon senso o dalla necessità economica. Eppure, in molti contesti urbani dei paesi in via di sviluppo, questi interventi non vengono mai riconosciuti per quello che sono: misure di efficienza energetica passiva. È questa una delle scoperte più originali di uno studio recente pubblicato sulla rivista Smart and Sustainable Built Environment, dedicato agli ostacoli al cosiddetto retrofitting passivo degli edifici residenziali a Lagos, in Nigeria.
Che cos’è il retrofit passivo e perché è importante
Il retrofit passivo consiste nell’insieme di interventi che migliorano le prestazioni energetiche di un edificio esistente senza ricorrere a impianti meccanici attivi: isolamento termico, ombreggiature, ventilazione naturale, schermi solari, materiali ad alta inerzia termica. In un momento storico in cui una quota enorme del patrimonio edilizio mondiale è già costruita e spesso energivora, agire sull’esistente rappresenta una delle leve più potenti per ridurre consumi e migliorare il comfort abitativo. Nei paesi in sviluppo, tuttavia, questa transizione incontra ostacoli strutturali complessi e tra loro intrecciati, che lo studio ha cercato di mappare con rigore.
Lo studio: metodi e campione
La ricerca, firmata da Ayodele Samuel Adegoke, Rotimi Boluwatife Abidoye, Riza Yosia Sunindijo e Samson Efuwape Agbato, adotta un approccio misto: quantitativo e qualitativo insieme. Sul versante quantitativo, sono stati coinvolti 118 property manager e 163 proprietari di abitazioni tramite questionario. Sul versante qualitativo, sei funzionari della regolamentazione edilizia sono stati intervistati in profondità. I dati numerici sono stati elaborati con l’analisi fattoriale esplorativa (EFA) e con la network analysis — una tecnica che consente di visualizzare e misurare le relazioni tra variabili come se fossero nodi di una rete. I dati testuali sono stati invece analizzati tematicamente.
Gli autori stessi segnalano un limite rilevante del contesto studiato: Lagos presenta tassi molto bassi di approvazione formale delle costruzioni, il che significa che gran parte delle trasformazioni edilizie avviene al di fuori dei canali ufficiali. Questo influenza profondamente sia la raccolta dei dati sia l’interpretazione dei risultati.
Quattro dimensioni di ostacolo, tutte collegate
L’analisi fattoriale ha identificato quattro grandi categorie di barriere:
- Informazione e comunicazione — la dimensione più rilevante, che da sola spiega la quota maggiore della varianza complessiva osservata nel campione;
- Finanziamento e politiche — accesso al credito, incentivi assenti o inefficaci, politiche poco chiare;
- Capacità tecnica e professionale — carenza di competenze certificate nel settore;
- Conformità e implementazione — difficoltà nel far rispettare le norme esistenti.
Ma la vera novità metodologica dello studio emerge dalla network analysis: tutte e quattro le dimensioni risultano fortemente connesse in modo bidirezionale, con valori di associazione (beta) compresi tra 0,72 e 0,90, tutti statisticamente significativi. In altre parole, non si tratta di problemi separati da affrontare uno alla volta: agire su uno solo senza considerare gli altri rischia di essere inefficace. Le barriere formano un sistema.
Il fenomeno del “retrofit inconsapevole”
Le interviste qualitative hanno portato alla luce un fenomeno particolarmente interessante, che gli autori definiscono incidental retrofit practices: i proprietari di abitazioni realizzano autonomamente misure passive di base — senza riconoscerle come interventi di efficienza energetica. Si tratta di un’informalità diffusa che, da un lato, dimostra una certa capacità adattiva delle comunità, ma dall’altro impedisce che queste pratiche vengano capitalizzate, normate, finanziate o replicate in modo sistematico.
Le interviste hanno inoltre confermato altri temi critici: la mancanza di trasparenza sui costi degli interventi (cost opacity), l’assenza di schemi di certificazione locali per i professionisti del settore, e barriere sia fisiche sia socioculturali che ostacolano l’adozione di tecnologie passive.
Cosa suggerisce lo studio
Le indicazioni pratiche che emergono dalla ricerca sono concrete e graduali. Gli autori propongono di partire da:
- una maggiore chiarezza terminologica, per rendere comprensibili ai non specialisti i concetti legati all’efficienza passiva;
- lo sviluppo di schemi di certificazione locali per i professionisti del settore edilizio;
- una maggiore visibilità dei costi degli interventi, per ridurre l’incertezza economica;
- la formalizzazione delle pratiche informali già in atto, valorizzandole invece di ignorarle.
A queste azioni di base potranno seguire campagne di sensibilizzazione, incentivi finanziari e forme di enforcement mirato. Sul piano del finanziamento, gli autori segnalano esplicitamente i limiti dei prestiti tradizionali — spesso gravati da tassi di interesse elevati — e indicano nel microcredito una via più praticabile nel breve periodo, in attesa di strategie di finanziamento strutturate a lungo termine.
«Formalizzare il processo informale di retrofit passivo può migliorare concretamente le condizioni di vita dei residenti.» — Adegoke et al., 2026
Perché questo studio ci riguarda
Lagos non è Napoli o Barcellona, ma le dinamiche descritte — informalità edilizia, scarsa consapevolezza energetica, assenza di incentivi efficaci, frammentazione delle competenze — risuonano in molti contesti mediterranei e non solo. La lezione metodologica è universale: le barriere alla sostenibilità degli edifici non sono mai isolate. Sono un sistema, e come tale vanno affrontate.
Finanziamento della ricerca
I metadati della pubblicazione non riportano alcun finanziatore per questo studio. Ciò non significa necessariamente che la ricerca sia stata condotta senza finanziamenti: la disponibilità di questa informazione varia da rivista a rivista e da caso a caso.
Fonte
Ayodele Samuel Adegoke, Rotimi Boluwatife Abidoye, Riza Yosia Sunindijo, Samson Efuwape Agbato (2026). Barriers to passive retrofitting of residential buildings as interconnected systems: network analysis and qualitative perspectives from stakeholders. Smart and Sustainable Built Environment. DOI: 10.1108/sasbe-11-2025-0771 — accesso aperto
Finanziamento: i metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore. L’assenza del dato non implica assenza di finanziamento.
Questo articolo sintetizza uno studio accademico peer-reviewed. Tutti i dati riportati provengono dalla pubblicazione originale, consultabile al DOI indicato.
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