C’è un paradosso silenzioso che percorre le campagne pugliesi: milioni di tonnellate di ramaglie di ulivo bruciate o abbandonate ogni anno lungo i bordi dei tratturi, mentre a pochi metri di distanza i suoli agrari perdono materia organica a un ritmo che gli agronomi dell’Università di Bari definiscono ‘irreversibile nel breve periodo’. Un paradosso che un protocollo sperimentale avviato nel 2024 tra il Consorzio di Bonifica della Capitanata e tre cooperative agricole di Cerignola sta trasformando in opportunità concreta attraverso una tecnologia antica quanto l’Amazzonia precolombiana: il biochar.
Il biochar è carbone vegetale ottenuto per pirolisi — combustione in assenza di ossigeno — di biomasse di scarto. Il risultato è una struttura porosa a carbonio stabile che, interrata nei primi trenta centimetri di suolo, agisce simultaneamente come spugna idrica, serbatoio di nutrienti e habitat per la microbiota batterica. Non è fantascienza: è la stessa tecnica che i popoli amazzonici usavano per creare la ‘terra preta’, quei suoli neri straordinariamente fertili che resistono ancora oggi dopo duemila anni.
I dati del progetto pugliese, pubblicati nel giugno 2026 sulla rivista ‘Agronomy for Sustainable Development’, sono eloquenti: su tremila ettari trattati con dosi di quindici tonnellate di biochar per ettaro, la capacità di ritenzione idrica del suolo è aumentata del 34% rispetto ai campi controllo, mentre le emissioni di protossido di azoto — un gas serra 273 volte più potente della CO₂ su scala centenaria — si sono ridotte del 28%. La resa del grano duro, coltura dominante nell’area, ha registrato un incremento medio del 12% senza alcun apporto aggiuntivo di fertilizzanti sintetici.
L’elemento che rende questo caso studio particolarmente rilevante per lo sviluppo sostenibile italiano è la circolarità della filiera: le ramaglie di potatura degli ulivi, prima smaltite a costo zero con bruciature a cielo aperto — pratiche sempre più limitate dalla normativa europea — diventano materia prima per impianti di pirolisi a scala agricola. Ogni ettaro di uliveto produce mediamente 1,2 tonnellate di ramaglie secche all’anno: un capitale che il sistema agricolo tradizionale disperdeva in fumo.
Il biochar non è una soluzione magica, e i ricercatori baresi sono i primi a sottolinearlo: richiede calibrazione pedologica, investimenti iniziali e filiere di raccolta organizzate. Ma in un Paese che ha perso il 30% della materia organica dei suoli agricoli negli ultimi cinquant’anni, ignorarlo non è prudenza scientifica: è semplicemente un lusso che non possiamo più permetterci.
Foto di Iqbal farooz su Pexels
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