Il pavimento che respira: come le resine a base di alghe marine stanno trasformando i sottopavimenti italiani in regolatori igrometrici viventi

C’è un confine sottile, spesso ignorato, tra un edificio che consuma energia per mantenere il comfort e uno che lo genera autonomamente attraverso la propria struttura. Quel confine oggi passa letteralmente sotto i nostri piedi.

Nel laboratorio di Bioarchitettura applicata del Politecnico di Genova, un gruppo di ricercatori ha concluso nel maggio 2026 una sperimentazione triennale su sottopavimenti compositi a base di carragenina estratta da alghe rosse mediterranee — principalmente Chondrus crispus e Gigartina stellata — miscelata con argilla espansa riciclata da demolizioni edilizie liguri. Il risultato è un pannello da 4 centimetri di spessore capace di assorbire fino al 34% dell’umidità relativa in eccesso nelle ore notturne e di rilasciarla gradualmente durante il giorno, eliminando la necessità di deumidificatori meccanici in ambienti con umidità stagionale superiore all’70%.

Il dato che ha stupito anche i ricercatori più scettici: nei prototipi installati in tre palazzine di edilizia sociale a Sestri Levante, il consumo energetico legato alla gestione dell’umidità interna è calato del 22% nei primi otto mesi di monitoraggio, senza alcuna modifica agli impianti esistenti.

La ragione biologica di questa performance sta nella struttura molecolare dei polisaccaridi algali: le catene di galattosio formano una matrice porosa a scala nanometrica che si comporta come una spugna selettiva, trattenendo molecole d’acqua senza perdere integrità strutturale né cedere alla proliferazione fungina — problema cronico dei materiali igroscopici tradizionali come il sughero grezzo non trattato.

L’aspetto industrialmente rilevante è la fonte: le alghe rosse utilizzate provengono dagli scarti della filiera della carragenina alimentare già attiva in Sardegna e in Calabria, con un volume annuo di biomassa di scarto stimato intorno alle 1.200 tonnellate che oggi finisce in discarica. Il progetto genovese ha dimostrato che il 60% di questo scarto è tecnicamente valorizzabile per la produzione di pannelli da sottopavimento senza ulteriori processi chimici aggressivi.

Siamo abituati a pensare all’involucro edilizio come a una barriera contro l’esterno. I materiali biologici di nuova generazione ci stanno insegnando qualcosa di profondamente diverso: che un edificio può essere progettato per dialogare con l’ambiente termoigrometrico circostante invece di combatterlo, riducendo i consumi non con più tecnologia impiantistica, ma con più biologia strutturale.

Quando il pavimento impara a respirare meglio di noi, forse è il momento di smettere di costruire muri e iniziare a progettare membrane.

Foto di Nadejda Bostanova su Pexels

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