Per decenni abbiamo accettato una gerarchia implicita: riciclo meccanico per i materiali nobili, inceneritore o discarica per tutto il resto. Ma qualcosa sta cambiando in modo strutturale, e i dati del 2025 pubblicati da PlasticsEurope e da Conversio Market & Strategy lo dimostrano con una chiarezza inaspettata.
Il riciclo chimico — ovvero la depolimerizzazione catalitica e la pirolisi avanzata che scompongono la plastica sino ai monomeri originali — ha raggiunto in Europa una capacità installata di 1,2 milioni di tonnellate annue, quasi il triplo rispetto al 2022. Non si tratta più di un’ipotesi da laboratorio: impianti commerciali attivi in Germania, Paesi Bassi e Polonia stanno processando flussi misti di poliolefine contaminate che il riciclo meccanico tradizionale scarta sistematicamente. L’output è polietilene o polipropilene vergine equivalente, certificabile secondo lo standard ISCC PLUS con metodo mass balance.
L’aspetto più rilevante — e meno discusso — riguarda la gerarchia dei materiali nell’economia circolare. Il riciclo meccanico rimane la via preferibile per i polimeri puliti e monomateriale: efficienza energetica elevata, costo ridotto, impatto climatico contenuto. Ma per la vasta quota di imballaggi multistrato, film flessibili sporchi, EPS espanso o plastiche miste da raccolta differenziata di bassa qualità, il riciclo chimico offre oggi una terza via credibile tra il riciclo meccanico (impossibile) e la combustione. In Italia, dove la qualità media del plasmix raccolto dal COREPLA mostra ancora tassi di contaminazione intorno al 38%, questa distinzione ha implicazioni economiche e ambientali concrete.
Il nodo critico rimane l’energia. La pirolisi di un chilogrammo di plastica mista richiede tra 1,8 e 2,4 MJ di energia termica: se quella energia proviene da fonti rinnovabili, l’impronta carbonica del processo scende a livelli competitivi con la produzione di vergine fossile. Se proviene da gas naturale, il vantaggio climatico si assottiglia fino a quasi azzerarsi. Questo significa che il riciclo chimico non è neutro rispetto alla transizione energetica: il suo valore ambientale reale dipende interamente da dove si approvvigiona l’elettricità e il calore di processo.
La Commissione Europea, nella revisione del Packaging and Packaging Waste Regulation entrata in vigore nel gennaio 2025, ha incluso il riciclo chimico nei conteggi verso gli obiettivi di riciclaggio, ma con coefficienti ponderati inferiori al meccanico. Una scelta prudente, non punitiva: un riconoscimento che la tecnologia esiste e scala, ma che la transizione verso l’economia circolare non può delegare all’ingegneria molecolare ciò che la progettazione del prodotto avrebbe potuto evitare dall’inizio.
Il miglior rifiuto plastico resta quello che non viene prodotto. Ma il secondo migliore è quello che torna esattamente a essere quello che era.
Foto di Polina Tankilevitch su Pexels
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