C’è un suono che i geologi alpini conoscono bene e che negli ultimi anni è diventato sempre più frequente: il boato sordo di una parete rocciosa che cede. Non è un fenomeno nuovo, ma la sua accelerazione lo è. Dietro molte delle frane catastrofiche che stanno colpendo le Alpi italiane — dal Trentino alla Valle d’Aosta, dalla Lombardia al Piemonte — c’è un colpevole silenzioso e quasi invisibile: il permafrost che si degrada.
Il permafrost alpino non è quello delle tundre artiche che tutti immaginiamo. È un ghiaccio interstiziale che riempie le fratture della roccia ad alta quota, sopra i 2.500-3.000 metri, fungendo da collante strutturale tra blocchi che altrimenti sarebbero instabili. Finché rimane congelato, tiene tutto insieme. Quando si scalda e si liquefà, la montagna letteralmente si disintegra.
I dati del progetto PermaNET e del monitoraggio ARPA Valle d’Aosta sono inequivocabili: tra il 1990 e il 2025, la temperatura del sottosuolo alpino a 10 metri di profondità è aumentata mediamente di 0,5-1°C, con punte di 1,4°C in alcune stazioni del Monte Rosa. Non sembra molto, ma per il ghiaccio che tiene in piedi una parete di granito è la differenza tra stabilità e collasso.
Il caso più emblematico degli ultimi anni è la cresta del Lyskamm, al confine tra Italia e Svizzera, dove nel 2022 una massa di circa 3 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio è stata classificata come ad altissimo rischio di distacco. Ma episodi analoghi si moltiplicano: la Gran Vetta della Marmolada — già colpita dal crollo del luglio 2022 che causò 11 morti — è monitorata continuamente, con sensori che rilevano movimenti di pochi millimetri al giorno nella roccia ora destabilizzata.
L’aspetto più preoccupante è la stagionalità alterata: tradizionalmente i crolli avvenivano in primavera, quando lo scioglimento superficiale era massimo. Oggi avvengono anche in piena estate, perché le ondate di calore penetrano in profondità nel substrato, e persino in autunno. Il ciclo termico si è fatto imprevedibile.
L’Italia ha circa 1.500 chilometri quadrati di permafrost alpino, una superficie equivalente alla provincia di Trieste. Gestirla non significa salvarla — il riscaldamento è già irreversibile su scala decennale — ma significa capire dove il rischio è più alto, evacuare per tempo i rifugi e le infrastrutture esposte, e smettere di costruire strade di alta quota come se la montagna fosse ancora quella del Novecento.
Le Alpi non stanno solo perdendo il ghiaccio. Stanno perdendo la propria architettura.
Foto di Alan Kabeš su Pexels
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