C’è un paradosso silenzioso che si consuma ogni giorno nelle nostre città: le stesse infrastrutture che hanno contribuito per decenni a saturare l’atmosfera di anidride carbonica potrebbero, in futuro, diventare uno degli strumenti più efficaci per assorbirla. Non è fantascienza. È biochimica applicata al costruito, e sta prendendo forma nei laboratori europei con una velocità che pochi si aspettavano.
Si chiama calcestruzzo bioattivo a mineralizzazione batterica, e il principio su cui si fonda è straordinariamente elegante: determinati ceppi di batteri litotrofi — in particolare del genere Sporosarcina e Bacillus — sono in grado di catalizzare la precipitazione di carbonato di calcio legando la CO₂ atmosferica all’interno della matrice cementizia. Non si tratta di un rivestimento superficiale, ma di un processo che avviene nell’intera struttura porosa del materiale, autoriparandone le microfessure e, contestualmente, sequestrandone i gas climalteranti.
I dati che emergono dalla letteratura scientifica più recente sono significativi: secondo uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Materials, un metro cubo di calcestruzzo bioattivo correttamente formulato è in grado di sequestrare fino a 12 chilogrammi di CO₂ nei primi ventiquattro mesi di vita, con un’attività batterica che si mantiene attiva per oltre un decennio in condizioni di umidità relativa superiore al 40%. Applicato su scala urbana — si pensi solo ai 4,5 miliardi di metri cubi di calcestruzzo prodotti ogni anno nel mondo — il potenziale di mitigazione è tutt’altro che trascurabile.
In Italia, il Politecnico di Milano e l’Università di Bologna stanno conducendo sperimentazioni pilota su pannelli prefabbricati bioattivi destinati a facciate e pavimentazioni di uso pubblico. I primi risultati preliminari, presentati al convegno SB24 di Barcellona, mostrano una riduzione dell’impronta carbonica del ciclo di vita degli edifici campione compresa tra il 18% e il 23%, senza compromettere le proprietà meccaniche strutturali.
La sfida attuale non è tecnologica: è sistemica. I batteri selezionati devono sopravvivere ai processi industriali di miscelazione ad alta temperatura, e le normative europee sulle proprietà dei materiali da costruzione non contemplano ancora parametri biologici all’interno delle certificazioni standard. Una lacuna regolamentare che rischia di rallentare un’innovazione che ha già dimostrato la sua fattibilità.
In un’epoca in cui cerchiamo ossessivamente nuove tecnologie per la cattura del carbonio, la risposta più sorprendente potrebbe già trovarsi sotto i nostri piedi — o nelle pareti degli edifici in cui viviamo.
Foto di Edward Jenner su Pexels
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