Funghi sotto l’asfalto: come le reti micorriziche urbane sopravvivono nelle aiuole e cambiano il metabolismo degli alberi cittadini

Sotto ogni aiuola sopravvissuta alla cementificazione, tra le radici degli alberi che punteggiano i marciapiedi di Milano, Roma o Bologna, si estende un universo invisibile che la scienza ha a lungo ignorato: le reti micorriziche urbane. Fino a pochi anni fa si riteneva che lo stress cronico del suolo cittadino — compattazione, inquinamento da idrocarburi, temperature radicali elevate, frammentazione degli spazi — rendesse queste simbiosi fungine troppo fragili per sopravvivere in contesti metropolitani. I dati più recenti smentiscono questa convinzione con forza.

Uno studio pubblicato nel 2024 su *Nature Cities* ha analizzato il microbioma radicale di oltre 1.200 alberi in dodici metropoli europee, rilevando che il 67% degli individui campionati manteneva connessioni micorriziche funzionali anche in condizioni di suolo urbano degradato. La scoperta non è solo botanica: le micorrize urbane attive aumentano l’efficienza di assorbimento idrico degli alberi fino al 40% rispetto agli individui isolati, un vantaggio determinante nelle ondate di calore sempre più frequenti e prolungate.

Il caso più documentato riguarda il programma di monitoraggio radicale avviato nel 2023 dal Comune di Zurigo in collaborazione con l’ETH, che ha tracciato le connessioni fungine tra tigli e aceri lungo quattro boulevard del centro. I ricercatori hanno scoperto che alberi separati da oltre venti metri di asfalto continuo riuscivano comunque a scambiarsi segnali chimici e nutrienti attraverso frammenti di suolo non impermeabilizzato larghi anche solo settanta centimetri — come quelli attorno ai tombini o nei giunti di espansione del selciato. Questi micro-corridoi radicali, definiti dai ricercatori *soil bridges*, si sono rivelati infrastrutture biologiche critiche e del tutto trascurate dalla pianificazione urbana tradizionale.

Le implicazioni per la progettazione delle città sono concrete e urgenti. Sapere che le reti micorriziche utilizzano anche discontinuità minime del suolo per propagarsi significa ripensare il modo in cui si pianificano le sostituzioni arboree, le pavimentazioni drenanti e le distanze tra le alberature. Non serve necessariamente aumentare il numero di alberi: occorre preservare — o ricreare — la continuità del substrato che li connette in profondità.

Alcune città italiane, tra cui Torino con il progetto Forestami Nord-Ovest, stanno iniziando a includere la mappatura micorrizica nei capitolati di manutenzione del verde pubblico. È un cambiamento di paradigma sottile ma radicale: smettere di considerare l’albero urbano come un individuo isolato e iniziare a vederlo come nodo di una rete vivente che pulsa sotto l’asfalto.

La città più resiliente non è quella con più alberi, ma quella che lascia parlare le loro radici.

Foto di Walter Cunha su Pexels

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