La biofilia non è solo umana? Un esperimento sui primati mette alla prova l’ipotesi
L’ipotesi della biofilia — l’idea che gli esseri umani abbiano una tendenza innata ad apprezzare la presenza di vegetazione, in quanto gli ambienti ricchi di verde hanno rappresentato contesti adattativi durante la nostra storia evolutiva — è ampiamente discussa in letteratura. Molto meno esplorata è la domanda se questa risposta possa essere condivisa da altre specie di primati. Uno studio pubblicato nel 2026 sull’American Journal of Primatology (Bunting, Lau, Sosnowski e Bales) affronta direttamente questa lacuna attraverso un intervento sperimentale controllato su scimmie titi ramerate (Plecturocebus cupreus) tenute in ambienti interni.
Disegno dello studio: un esperimento controllato con tre condizioni
Lo studio ha coinvolto venti esemplari di Plecturocebus cupreus alloggiati in ambienti chiusi. Il protocollo prevedeva tre condizioni distinte: una condizione di base (baseline), una condizione sperimentale con piante vive collocate all’esterno delle gabbie, e una condizione di controllo con un oggetto non vegetale. Questa struttura a tre bracci è rilevante dal punto di vista metodologico perché isola la variabile “pianta” rispetto alla semplice introduzione di una novità ambientale qualsiasi — un aspetto spesso trascurato negli studi di arricchimento ambientale. Il comportamento degli animali è stato registrato e comparato tra le tre condizioni.
È importante notare che le piante erano posizionate esternamente alle gabbie, non all’interno: le scimmie non avevano accesso fisico diretto alla vegetazione. Questo dettaglio è rilevante per interpretare correttamente i risultati, che riguardano la risposta comportamentale alla presenza visiva delle piante, non all’interazione tattile o alimentare con esse.
Risultati: cosa cambia con le piante, e cosa cambia già con l’oggetto di controllo
I risultati mostrano un quadro articolato, che vale la pena leggere con attenzione per evitare semplificazioni.
- Comportamenti stereotipati: la loro frequenza si è ridotta sia nella condizione con la pianta sia nella condizione con l’oggetto di controllo, rispetto alla baseline. Questo indica che l’effetto non è specifico della pianta: la semplice introduzione di una novità ambientale sembra già sufficiente a ridurre queste condotte.
- Comportamenti affiliativi tra compagni legati: anche l’aumento delle interazioni affiliative tra coppie di scimmie legate si è verificato in entrambe le condizioni di intervento, non solo in quella con la pianta. Anche qui, la novità come tale sembra avere un peso.
- Grooming: l’aumento del comportamento di grooming è stato invece associato specificamente alla condizione con la pianta viva, distinguendola dall’oggetto di controllo.
- Attenzione visiva: le scimmie hanno trascorso significativamente più tempo a osservare la pianta viva rispetto all’oggetto di controllo. Questo dato, combinato con l’aumento del grooming, costituisce secondo gli autori un elemento che suggerisce una possibile affinità evolutiva dei titi verso la vegetazione.
Implicazioni per la progettazione degli ambienti di cattività
Per chi progetta ambienti per primati in cattività — ricercatori, veterinari, responsabili di strutture zoologiche o di ricerca biomedica — questi risultati offrono indicazioni pratiche, pur con i dovuti limiti. Le piante vive collocate nelle prossimità delle gabbie si configurano come una strategia di arricchimento ambientale potenzialmente efficace, in grado di stimolare l’attenzione visiva e promuovere il grooming, un comportamento sociale di rilievo per il benessere di queste specie.
Tuttavia, la cautela interpretativa è d’obbligo. Lo studio non dimostra che le piante siano superiori a qualsiasi altra forma di arricchimento ambientale: l’oggetto di controllo ha prodotto effetti comparabili su alcune variabili. La specificità dell’effetto delle piante riguarda il grooming e l’attenzione visiva prolungata, non la totalità degli indicatori di benessere misurati.
Va inoltre sottolineato che i dati provengono da un campione di venti individui appartenenti a una sola specie — Plecturocebus cupreus — e che la generalizzazione ad altre specie di primati richiederebbe verifiche indipendenti. L’abstract non riporta limiti aggiuntivi esplicitamente dichiarati dagli autori, ma la specificità del campione è un elemento che il progettista deve tenere presente nel trasferire queste indicazioni ad altri contesti.
Il collegamento con l’ipotesi della biofilia
Gli autori interpretano la maggiore attenzione visiva alle piante e l’aumento del grooming come possibili indizi di un’affinità evolutiva dei titi verso la vegetazione, in parallelo con quanto postulato dall’ipotesi della biofilia per gli esseri umani. Si tratta di un’interpretazione plausibile, ma che lo studio non può confermare in modo definitivo: l’esperimento misura comportamenti osservabili, non i meccanismi sottostanti né la loro origine evolutiva. Questa distinzione è metodologicamente importante.
Chi ha finanziato lo studio
I metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore. Questo non significa che lo studio sia stato condotto senza finanziamenti: molte riviste scientifiche non espongono questo dato nei metadati indicizzati. Non è possibile, sulla base delle informazioni disponibili, identificare né citare alcun soggetto finanziatore.
Fonte
Bunting J, Lau AR, Sosnowski MJ, Bales KL. (2026). Plants as Enrichment? The Effect of Live Plants on the Behavior and Welfare of Indoor-Housed Titi Monkeys (Plecturocebus cupreus).. American journal of primatology. DOI: 10.1002/ajp.70163 — accesso aperto
Finanziamento: i metadati della pubblicazione non riportano un finanziatore. L’assenza del dato non implica assenza di finanziamento.
Questo articolo sintetizza uno studio peer-reviewed. Tutti i dati riportati provengono dalla pubblicazione originale, consultabile al DOI indicato.
Foto di Magda Ehlers su Pexels
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