Economia circolare nell’industria tessile: come i brand europei stanno trasformando gli scarti di produzione in materia prima, azzerando 92 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno

Ogni anno l’industria della moda genera a livello globale circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. La maggior parte finisce in discarica o viene incenerita, disperdendo nell’atmosfera una quantità di gas climalteranti paragonabile all’intero settore dell’aviazione commerciale internazionale. Eppure, in silenzio, una rivoluzione industriale sta prendendo forma nei capannoni di Prato, nei laboratori di Barcellona e nelle fabbriche di Łódź, in Polonia: è la filiera tessile circolare, e i suoi numeri iniziano a essere sorprendenti.

Il principio è apparentemente semplice: invece di estrarre nuove fibre vergini — cotone, lana, poliestere — si recuperano i capi dismessi o gli scarti di taglio, li si sminuzza meccanicamente o si dissolve chimicamente il polimero di base, e si riottiene una fibra funzionale pronta per un nuovo ciclo produttivo. La complessità, però, risiede nei dettagli: le miscele di fibre diverse (cotone-elastan, poliestere-lana) rendono il riciclo chimico tecnicamente difficile e costoso. È qui che entra in gioco la ricerca.

Il progetto europeo RESYNTEX, finanziato nell’ambito di Horizon 2020, ha dimostrato che è possibile separare chimicamente i componenti di tessuti misti con una resa superiore all’85%, producendo cellulosa riciclata da cotone e caprolattame da nylon, entrambi pronti per re-immissione in filiera. Un risultato che cambia la geometria del problema: non si tratta più di una questione tecnica irrisolvibile, ma di una questione di scala industriale e di volontà politica.

A Prato — distretto manifatturiero con 150 anni di storia nel riuso delle fibre — alcune aziende hanno già integrato questi processi nella produzione quotidiana. Il lanificio Balli & Gruppioni lavora oggi con una quota superiore al 60% di fibra riciclata nelle proprie collezioni, senza alcun compromesso percepibile sulla qualità del filato finito. Il modello pratese, storicamente fondato sul cosiddetto ‘straccio’, sta dunque evolvendo verso protocolli scientificamente certificati e tracciabili, capaci di rispondere ai nuovi requisiti della direttiva europea sulla responsabilità estesa del produttore, in vigore dal 2025.

La sfida dei prossimi anni riguarda la progettazione ecocompatibile a monte: i capi devono essere pensati per essere smontati, separati e riciclati già nella fase di design. Significa eliminare bottoni incollati, cuciture termoindotte, etichette sintetiche su tessuti naturali. Piccole scelte che moltiplicano, a scala industriale, il potenziale di recupero in modo esponenziale.

Nell’economia circolare tessile non c’è spreco: c’è solo materia in attesa di essere reimmaginata.

Foto di Alexander Zvir su Pexels

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