C’è una categoria di plastica che sfugge sistematicamente al riciclo meccanico tradizionale: i film multistrato, gli imballaggi flessibili compositi, i sacchetti accoppiati con alluminio. In Italia, questa frazione rappresenta circa 1,2 milioni di tonnellate annue di rifiuti plastici che finiscono inceneriti o, peggio, in discarica. Erano considerati irrecuperabili. Fino ad ora.
A Ravenna, il primo impianto industriale italiano di pirolisi chimica avanzata ha avviato nel marzo 2026 la produzione a pieno regime. La tecnologia — sviluppata in collaborazione tra il Consorzio Recupero Plastica e il Politecnico di Milano — riscalda le plastiche miste in assenza di ossigeno fino a 500°C, depolimerizzando le catene molecolari e ottenendo un olio pirolitico con un tasso di purezza superiore all’87%. Questo olio viene poi reimmesso nei cracker petrolchimici come feedstock secondario, dando origine a nuovi polimeri vergini chimicamente identici all’originale.
Il dato che sorprende gli analisti è il rendimento massico: ogni 100 kg di rifiuto plastico misto in ingresso, l’impianto ravennate produce circa 65 kg di olio pirolitico commercializzabile, 18 kg di gas di processo (utilizzato per alimentare il processo stesso) e soltanto 8 kg di residuo solido inerte. Un bilancio energetico che, secondo i calcoli del gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Elena Mazzoni, riduce le emissioni di CO₂ equivalente del 58% rispetto all’incenerimento con recupero energetico convenzionale.
L’aspetto più rilevante per l’economia circolare italiana non è però tecnico, ma sistemico. La pirolisi chimica chiude un cerchio che il riciclo meccanico non riesce a chiudere: reinserisce nel ciclo produttivo materiali che il sistema di raccolta differenziata già riconosce come persi. Non sostituisce il riciclo tradizionale — rimane una tecnologia complementare per le frazioni residuali — ma elimina la categoria concettuale del ‘rifiuto plastico irrecuperabile’.
L’Unione Europea ha incluso il riciclo chimico nel pacchetto normativo della Packaging and Packaging Waste Regulation del 2025, fissando al 10% la quota massima di obiettivi di riciclo raggiungibili tramite processi chimici entro il 2030. Un vincolo che ha generato dibattito, ma che almeno certifica il ruolo istituzionale della tecnologia nel panorama regolatorio continentale.
Ravenna dimostra che il confine tra rifiuto e risorsa non è una questione di volontà politica: è una questione di temperatura di processo.
Quando cambiamo la chimica, cambiamo il destino della materia.
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