C’è un’Italia che sa fare la cosa giusta con i materiali e un’Italia che continua a non farcela con l’energia. Il Rapporto Circonomia 2026, curato da Duccio Bianchi per l’Istituto Ambiente Italia, fotografa con precisione chirurgica questa schizofrenia strutturale del nostro sistema produttivo, e il quadro che emerge è insieme motivo di orgoglio e di seria preoccupazione.
Partiamo dai primati. Con un tasso di circolarità della materia al 21,6% — contro una media europea del 12,2% — l’Italia è tra i Paesi più virtuosi d’Europa nel riutilizzo delle risorse. E nel 2024 il tasso di riciclo complessivo dei rifiuti ha raggiunto il 93%, quasi il doppio della media UE (61%). Numeri straordinari, che raccontano decenni di investimenti industriali, cultura del recupero e filiere del riciclo all’avanguardia mondiale.
Ma appena si sposta l’attenzione sull’energia, lo specchio si incrina. Tra il 2019 e il 2024, il consumo italiano di energia da fonti non rinnovabili si è ridotto appena del 4%, contro il -13% registrato in media nell’Unione Europea. Nello stesso periodo, la quota di rinnovabili sui consumi finali italiani è cresciuta solo del 7%, mentre la media europea ha raggiunto il +27% — e Spagna, Francia e Germania hanno fatto rispettivamente +42%, +35% e +30%. Oggi la quota italiana si ferma al 19,4% contro il 25,2% europeo. E nel 2025 la dipendenza energetica italiana dalle importazioni fossili ha raggiunto il 74%, un livello superiore alla media del continente.
Il problema non è solo ambientale: è geopolitico ed economico. Come sottolinea il rapporto, dipendere al 74% dall’estero per l’energia in uno scenario internazionale sempre più instabile significa esporsi a shock energetici, rincari e fragilità strategiche difficilmente gestibili. Non a caso l’Italia è scivolata dal podio al quarto posto nella classifica europea di circolarità e decarbonizzazione, sorpassata da Danimarca, Olanda e Austria.
La vera sfida, dunque, non è solo riciclare meglio — in questo siamo già eccellenti. È capire che economia circolare e decarbonizzazione non sono due percorsi separati: funzionano davvero solo quando procedono insieme. Un materiale riciclato che viene lavorato con energia fossile porta ancora con sé un’impronta climatica elevata. Le competenze italiane nel recupero e nel riuso dei materiali devono diventare la base di lancio per accelerare anche sull’elettrificazione, sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica. Lo confermano anche i dati sulle imprese: secondo l’Osservatorio Clean Technology 2025, il 72% delle aziende italiane ha investito in sostenibilità nel 2025, e gli investimenti in economia circolare sono quasi raddoppiati in due anni, dal 16% al 27%. Ma gli stessi imprenditori sanno bene che senza energia pulita a prezzi competitivi, il vantaggio circolare si erode.
L’Italia ha tutte le competenze per guidare la transizione ecologica europea. Ma finché tratterà riciclo e rinnovabili come due dossier separati, continuerà a vincere la medaglia del riciclo e a pagare il conto fossile.
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