L’Italia è la terza potenza europea della bioeconomia: 433 miliardi di euro e 2 milioni di posti di lavoro nati dalla natura

C’è un’economia che cresce silenziosa, radicata nella terra, nei boschi, nei mari e nei laboratori di biotecnologia. Si chiama bioeconomia, e l’Italia ne è protagonista assoluta — forse più di quanto i cittadini stessi immaginino. Lo rivela il XII Rapporto sulla Bioeconomia in Europa, presentato il 16 giugno 2026 presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Roma, redatto dal Research Department di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster SPRING: un documento che ridisegna la mappa dello sviluppo sostenibile nel nostro continente.

I numeri fanno impressione. Nel 2025, il valore della produzione della bioeconomia nell’UE27 ha raggiunto i 3.174 miliardi di euro — l’8,8% del totale delle attività dei 27 Stati membri — occupando oltre 17 milioni di persone. L’Italia, con un output di 433,3 miliardi di euro (+2,7% a prezzi correnti rispetto al 2024), si posiziona terza in termini assoluti dopo Germania e Francia, ma prima — insieme alla Spagna — in termini di specializzazione relativa: la bioeconomia pesa infatti quasi il 10% sull’intera economia nazionale, superando la media europea.

Di cosa si tratta esattamente? La bioeconomia comprende tutti i settori e i processi produttivi che utilizzano risorse biologiche rinnovabili — dall’agricoltura alle foreste, dalla pesca agli scarti organici — trasformandole in alimenti, materiali innovativi, bioprodotti ed energia, attraverso filiere a basse emissioni di carbonio. Non è una nicchia green: è un metasettore che contribuisce all’occupazione di oltre 2 milioni di italiani e che traina aree rurali, costiere e montane spesso dimenticate dalle politiche industriali tradizionali.

Un dato geografico colpisce in particolare: la superficie forestale italiana è aumentata del 24% dal 1990 al 2025 — il doppio della media europea (+11%) — portando con sé una crescita dell’occupazione in silvicoltura del 56,9% tra il 2000 e il 2023. Una risorsa che, come ha sottolineato Stefania Trenti di Intesa Sanpaolo, si è rivelata «un asset importante durante la fase più acuta della crisi del gas del 2022».

L’innovazione tecnologica spinge ulteriormente il settore: nel 2025 sono state censite 707 startup innovative attive nella bioeconomia italiana, pari al 6,2% del totale nazionale, concentrate soprattutto in ricerca e sviluppo di materiali bio-based, valorizzazione degli scarti e nuovi modelli alimentari. Parallelamente, il Mezzogiorno emerge come hub strategico per la bioeconomia blu: ostricoltura in Sardegna, coltivazione delle alghe in Puglia, pesca artigianale in Sicilia sono le filiere pilota identificate dal CNR nel quadro del progetto MSP4BIODIVERSITY.

La sfida che ci attende è cruciale: solo il 6,1% delle aziende adotta oggi criteri di ecodesign orientati alla riciclabilità dei prodotti. Eppure, come ricorda Catia Bastioli, Presidente del Cluster SPRING, la bioeconomia circolare «genera bioprodotti che non si accumulano negli ecosistemi, senza sprecare nulla». La vera rivoluzione sostenibile non sta nei grandi gesti simbolici, ma nel saper trasformare ciò che già esiste — scarti, boschi, alghe, residui — in valore economico pulito. La natura non è un limite allo sviluppo: è la sua unica vera forma possibile.

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