C’è un orologio che ticchetta in silenzio sotto la tundra siberiana, nel nord del Canada, nell’Alaska e nelle pianure tibetane. Si chiama permafrost — suolo perennemente ghiacciato — e per millenni ha svolto un ruolo straordinario: custodire intrappolato uno dei più grandi depositi di carbonio organico del pianeta. Oggi, quel ruolo si sta invertendo in modo drammatico e irreversibile.
Secondo i dati pubblicati nel 2024 sulla rivista Nature Climate Change, il permafrost artico contiene circa 1.700 miliardi di tonnellate di carbonio organico — quasi il doppio di quanto attualmente presente nell’intera atmosfera terrestre sotto forma di CO₂. Con il riscaldamento globale che nell’Artico procede a un ritmo quattro volte superiore rispetto alla media mondiale, questo immenso serbatoio sta iniziando a scongelarsi, rilasciando CO₂ e metano in quantità crescenti e in modo sempre più difficile da modellare.
Il meccanismo è noto come ‘feedback positivo del permafrost’: lo scongelamento accelera il riscaldamento, che a sua volta accelera ulteriormente lo scongelamento. Ma ciò che rende questo fenomeno particolarmente insidioso è la sua componente di non linearità. Recenti rilevamenti satellitari condotti dal programma Copernicus dell’ESA mostrano che in alcune regioni della Siberia orientale si stanno formando i cosiddetti ‘thermokarst’ — laghi e voragini create dal collasso del suolo che si sgela — a velocità impreviste persino dai modelli più pessimistici del 2021.
Per l’Italia e l’Europa mediterranea, questo fenomeno lontano ha conseguenze dirette e concrete. Il rilascio aggiuntivo di gas serra dal permafrost è già considerato dai climatologi un ‘jolly negativo’ nei budget carbonio globali: significa che per mantenere il riscaldamento sotto 1,5°C, le emissioni antropogeniche dovranno essere ridotte con margini ancora più stringenti per compensare questa fonte che nessun accordo internazionale può regolamentare direttamente.
Alguni ricercatori dell’Università di Helsinki stanno monitorando microbi antichi — sopravvissuti per decine di migliaia di anni nel ghiaccio — che tornano attivi non appena il suolo si scongela, accelerando ulteriormente la decomposizione della materia organica. È una scoperta che aggiunge un ulteriore strato di complessità a un sistema già al limite della prevedibilità.
Il permafrost non è un problema artico: è uno specchio che riflette, con ritardo ma con inesorabile chiarezza, le scelte energetiche che tutto il mondo compie ogni giorno.
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