Dati & indicatori — vivi.green
02Clima · I numeri

Dati & indicatori

I quattro indicatori che raccontano il riscaldamento globale: la temperatura, l’anidride carbonica, il livello dei mari e i ghiacci. Cosa misurano, come si leggono e dove trovarli aggiornati.

di Redazione vivi.green16 min di letturaAggiornato 2026

Questa è la sezione più viva del percorso: i valori vanno aggiornati con regolarità e accompagnati da grafici. Quelli che seguono usano dati reali ma indicativi, pensati per essere sostituiti con le serie ufficiali al momento della pubblicazione.

01 — Il termometro globale

Temperatura globale

È l’indicatore più conosciuto e il più immediato da comunicare: la temperatura media superficiale del pianeta. Rispetto all’epoca preindustriale è salita di circa 1,3–1,5 °C, e l’aumento si concentra soprattutto negli ultimi cinquant’anni. Per quanto possa sembrare un valore modesto, va ricordato che si tratta di una media planetaria: bastano cinque o sei gradi di scarto, in media globale, per separare un’era glaciale — con il Nord Europa sepolto sotto chilometri di ghiaccio — dal clima temperato attuale. In questa scala, ogni decimo di grado pesa moltissimo.

Un dettaglio tecnico aiuta a leggere correttamente i grafici. Gli scienziati non lavorano sulle temperature assolute, ma sulle anomalie, cioè sugli scostamenti rispetto a un periodo di riferimento. La ragione è pratica: la temperatura assoluta varia enormemente da luogo a luogo e da stagione a stagione, mentre le anomalie si comportano in modo coerente anche su grandi distanze. Una stazione di montagna e una di pianura registrano temperature molto diverse, ma se entrambe si scaldano di un grado rispetto alla loro media storica, raccontano la stessa tendenza. È così che, combinando migliaia di stazioni terrestri, boe oceaniche e navi, si costruisce una media globale affidabile. Quando si legge «+1,5 °C» si intende dunque uno scostamento dalla media di un periodo passato, non una temperatura in sé.

La forza di questo dato sta nella sua indipendenza. Diversi enti — NASA, NOAA, il Met Office britannico, Copernicus, Berkeley Earth — elaborano la serie storica con dati e metodologie proprie, con scelte tecniche diverse su come trattare le aree prive di stazioni o correggere i cambiamenti negli strumenti. Eppure arrivano tutti a risultati concordi. Questa convergenza tra gruppi indipendenti è ciò che rende la conclusione tanto solida: non dipende dalle scelte di un singolo laboratorio. Il quadro che ne emerge è netto: gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi dell’intera serie strumentale, che inizia attorno al 1850, e ogni decennio recente è risultato più caldo del precedente.

Sull’andamento di fondo si sovrappone una variabilità naturale che è importante saper riconoscere. Fenomeni come El Niño e La Niña, legati alla temperatura delle acque del Pacifico, possono rendere un singolo anno più caldo o più fresco della media, ridistribuendo temporaneamente il calore tra oceano e atmosfera. È la ragione per cui un anno record è spesso seguito da uno leggermente meno caldo, senza che ciò significhi un’inversione di tendenza. Anche le grandi eruzioni vulcaniche possono raffreddare il pianeta per uno o due anni, immettendo nell’alta atmosfera particelle che riflettono la luce solare. Per questo non ha senso confrontare due anni isolati: conta la traiettoria su decenni, ed è quella che il grafico qui sopra mette in evidenza, con la linea che, pur tra oscillazioni, sale in modo inequivocabile.

Temperatura media globale
Anomalia rispetto al periodo preindustriale (°C) · valori indicativi
-0.4+0.0+0.5+0.9+1.4+1.8188019201960200020162024
Dati indicativi basati sulle ricostruzioni di NASA GISS, NOAA, Copernicus e Berkeley Earth. La soglia di +1,5 °C è quella indicata dall’Accordo di Parigi. Da aggiornare annualmente.
02 — La curva di Keeling

Concentrazione di CO₂

Se la temperatura è l’effetto, la concentrazione di anidride carbonica è una delle cause principali, e la sua misura è tra le più precise e continue di tutta la scienza del clima. Dal 1958 l’osservatorio di Mauna Loa, sulle Hawaii — lontano dalle grandi fonti di inquinamento e immerso nell’aria pulita dell’oceano Pacifico — registra senza interruzioni il valore di CO₂ in atmosfera. Quella serie ininterrotta, avviata dallo scienziato Charles Keeling, ha dato origine alla celebre curva di Keeling, una delle immagini più importanti della scienza del Novecento.

Il valore è passato da circa 280 parti per milione dell’era preindustriale a oltre 420 ppm odierne. L’unità «parti per milione» indica quante molecole di CO₂ sono presenti ogni milione di molecole d’aria: una quantità in apparenza piccola, ma più che sufficiente a modificare in modo sensibile il bilancio energetico del pianeta, perché la CO₂ è straordinariamente efficace nell’assorbire la radiazione infrarossa. L’aumento prosegue oggi a un ritmo di oltre due ppm l’anno, e la velocità stessa della crescita è uno degli aspetti più anomali rispetto a qualunque cambiamento naturale documentato nel passato remoto.

La curva ha una caratteristica forma a dente di sega, ben visibile nelle serie ad alta risoluzione: ogni anno la CO₂ cala leggermente durante la primavera e l’estate dell’emisfero nord, quando l’enorme massa vegetale delle terre emerse settentrionali assorbe carbonio con la fotosintesi, per poi risalire in autunno e inverno, quando prevalgono respirazione e decomposizione. È, in un certo senso, il respiro del pianeta reso visibile in un grafico. Ma sopra questa oscillazione stagionale domina, anno dopo anno, la tendenza inequivocabile alla crescita: ogni primavera la CO₂ non torna mai al valore della primavera precedente, ma riparte da un livello più alto.

La CO₂ non è sola. Anche il metano e il protossido di azoto sono in aumento, ciascuno con la propria storia: il metano cresce in modo più irregolare e desta particolare attenzione per la sua efficacia nel breve periodo. Per avere un quadro complessivo si usa spesso la misura in CO₂ equivalente, che somma il contributo dei diversi gas serra pesandoli per il loro potere di riscaldamento su un dato orizzonte temporale. Va infine ricordato che una parte rilevante della CO₂ che emettiamo oggi resterà in atmosfera per secoli: ecco perché stabilizzare il clima non richiede solo di ridurre le emissioni, ma di portarle vicino allo zero netto. Finché continuiamo a emettere, la concentrazione — e quindi la curva — continua a salire.

Concentrazione di CO₂ — curva di Keeling
Media annua a Mauna Loa (parti per milione) · valori indicativi
30032034036038040042044019601980200020152024
Dati indicativi: NOAA Global Monitoring Laboratory, osservatorio di Mauna Loa. Il valore preindustriale era circa 280 ppm. Da aggiornare annualmente.
03 — Le coste sotto pressione

Livello dei mari

Il livello medio del mare è in aumento, e questo indicatore ha un valore particolare perché integra in sé molti effetti diversi del riscaldamento. Le misure provengono da due fonti complementari: i mareografi costieri, alcuni attivi da oltre un secolo, che registrano l’altezza dell’acqua rispetto alla terraferma, e i satelliti altimetrici, che dal 1993 misurano l’altezza della superficie oceanica con precisione di pochi millimetri su tutto il globo. La combinazione di dati storici e satellitari permette di ricostruire una serie robusta e di lungo periodo.

L’innalzamento ha due cause principali, di peso comparabile. La prima è la dilatazione termica: come ogni sostanza, anche l’acqua aumenta di volume quando si scalda, e poiché gli oceani assorbono la gran parte del calore in eccesso, si «gonfiano» letteralmente. La seconda è l’apporto di acqua proveniente dalla fusione dei ghiacciai montani e delle grandi calotte polari di Groenlandia e Antartide, che trasferiscono negli oceani acqua prima immobilizzata sulle terre emerse. A questi due fattori globali si aggiungono elementi locali — movimenti verticali del suolo, correnti, persino variazioni del campo gravitazionale dovute allo spostamento delle masse di ghiaccio — che fanno sì che l’innalzamento non sia uniforme: alcune coste sono più esposte di altre.

L’aspetto che preoccupa di più è che il ritmo di crescita non è costante, ma sta accelerando. Le misure mostrano che il tasso annuo degli ultimi anni è circa il doppio di quello dei decenni centrali del Novecento, segno che il contributo della fusione dei ghiacci sta aumentando di peso rispetto alla sola dilatazione termica. Anche pochi millimetri all’anno, accumulati e accelerati nel tempo, si traducono in decine di centimetri entro la fine del secolo. E le conseguenze non si limitano alle inondazioni permanenti: un mare più alto significa mareggiate che penetrano più lontano, erosione delle spiagge, e intrusione di acqua salata nelle falde e nei terreni agricoli costieri, con danni a lungo termine all’agricoltura e alle riserve d’acqua dolce.

Per l’Italia il tema è particolarmente concreto lungo l’alto Adriatico e nelle aree lagunari, dove la combinazione di innalzamento del mare e subsidenza — il lento abbassamento naturale o indotto del terreno — amplifica il rischio per città, porti e infrastrutture. Venezia è il caso simbolo, ma l’intera fascia costiera bassa è interessata. È un esempio che lega in modo evidente un indicatore globale a un impatto locale tangibile, e che mostra come la difesa delle coste sia destinata a diventare una voce sempre più importante della pianificazione territoriale.

Livello medio globale del mare
Variazione rispetto al 1993 da altimetria satellitare (mm) · valori indicativi
0204060801001201993199820032008201320182024
Dati indicativi: NASA e Copernicus Marine Service. Il ritmo di crescita è in accelerazione. Da aggiornare periodicamente.
04 — Il termometro bianco

Ghiacci e criosfera

La criosfera — l’insieme dei ghiacci marini, dei ghiacciai e delle grandi calotte — è una delle componenti più sensibili e visibili del sistema climatico, tanto da essere definita il «termometro bianco» del pianeta. Le sue diverse parti raccontano storie leggermente differenti, ma tutte coerenti tra loro e con gli altri indicatori, e proprio per questo offrono una conferma indipendente del riscaldamento.

La banchisa artica, il sottile strato di ghiaccio marino che si forma e si scioglie sul Mar Glaciale Artico, mostra il segnale più netto: il suo minimo estivo di settembre, misurato da satellite dal 1979, si riduce di circa il 13% per decennio, come illustra il grafico qui sopra. Qui agisce un meccanismo di amplificazione cruciale: il ghiaccio bianco riflette gran parte della luce solare, mentre l’acqua scura che resta esposta quando il ghiaccio si scioglie la assorbe. Meno ghiaccio significa più calore assorbito, che a sua volta scioglie altro ghiaccio. Questa retroazione — chiamata amplificazione artica — è una delle ragioni per cui l’Artico si sta scaldando molto più rapidamente della media globale, con effetti a catena anche sul clima delle medie latitudini.

I ghiacciai montani, dalle Alpi all’Himalaya alle Ande, arretrano quasi ovunque: il loro bilancio di massa — la differenza tra la neve accumulata in inverno e il ghiaccio perso in estate — è negativo da decenni. Le conseguenze sono molto concrete, perché centinaia di milioni di persone dipendono dallo scioglimento stagionale di questi ghiacciai per l’acqua potabile, l’irrigazione e l’energia idroelettrica. Sulle Alpi italiane la perdita è ben documentata e visibile a occhio nudo: il confronto di fotografie scattate a pochi anni di distanza mostra fronti glaciali che si ritirano di decine di metri, e alcuni piccoli ghiacciai sono ormai prossimi alla scomparsa.

Le grandi calotte di Groenlandia e Antartide sono la posta in gioco più alta sul lungo periodo, perché custodiscono la stragrande maggioranza dell’acqua dolce del pianeta: la loro fusione completa innalzerebbe i mari di decine di metri, su scale di tempo lunghe. I satelliti che misurano minime variazioni del campo gravitazionale terrestre rilevano una perdita netta di massa, particolarmente marcata in Groenlandia ma ormai evidente anche in alcuni settori dell’Antartide occidentale. È la componente che desta maggiore preoccupazione, perché coinvolge volumi d’acqua enormi e processi che, una volta superate certe soglie, potrebbero diventare difficili da arrestare o invertire. Monitorare la criosfera, dunque, non significa solo misurare il presente, ma sorvegliare i punti più delicati dell’intero sistema.

Ghiaccio marino artico — minimo di settembre
Estensione minima annua (milioni di km²) · valori indicativi
234567819801990200020072012201620202023
Dati indicativi: NSIDC. Il minimo estivo si riduce di circa il 13% per decennio. Da aggiornare annualmente.