Cause ed emissioni
Da dove arrivano davvero i gas serra: i settori che li producono, le differenze tra Paesi e un focus sull’Italia e le sue emissioni.
Capire l’origine delle emissioni è il presupposto per intervenire dove conta davvero. Non tutte le attività pesano allo stesso modo, e distinguere settori, Paesi e responsabilità storiche aiuta a orientare sia le scelte individuali sia le politiche pubbliche.
Le emissioni per settore
A livello globale, le emissioni di gas serra si distribuiscono tra alcuni grandi settori, con pesi molto diversi ma un filo conduttore comune. La voce di gran lunga più rilevante è il sistema energetico nel suo complesso: bruciare carbone, petrolio e gas per produrre elettricità e calore, per muovere i trasporti e per alimentare l’industria rappresenta da solo circa tre quarti delle emissioni mondiali, come mostra il grafico qui sopra. È un dato che orienta immediatamente le priorità: senza una trasformazione profonda del modo in cui produciamo e usiamo l’energia, nessun altro intervento può bastare.
All’interno di questa grande voce, i contributi principali vengono dalla produzione di elettricità e calore, dai trasporti — automobili, mezzi pesanti, navi e aerei — e dall’industria, in particolare i comparti più energivori come acciaio, cemento e chimica. Seguono gli edifici, con il riscaldamento e il raffrescamento, e infine, fuori dal settore energetico, l’agricoltura e l’uso del suolo. Il denominatore comune della maggior parte di queste voci resta la combustione di fonti fossili: è questo il cuore del problema, ed è anche il punto su cui si concentrano tutte le strategie di decarbonizzazione.
L’agricoltura fa parzialmente eccezione, e merita attenzione perché le sue emissioni hanno una natura diversa. Non si tratta principalmente di CO₂, ma di metano — prodotto soprattutto dalla digestione dei ruminanti e dalle risaie — e di protossido di azoto, legato all’uso dei fertilizzanti azotati. A questi si aggiunge la deforestazione: abbattere o bruciare le foreste libera il carbonio immagazzinato negli alberi e, allo stesso tempo, distrugge un assorbitore prezioso. Poiché questi gas e processi rispondono a logiche diverse da quelle del settore energetico, richiedono soluzioni specifiche, dalla gestione degli allevamenti alle pratiche agricole, fino alla tutela delle foreste.
Guardare ai soli totali nazionali, però, può ingannare, e qui si gioca buona parte del dibattito sulla giustizia climatica. Un conto sono le emissioni assolute di un Paese, un altro le emissioni pro capite: nazioni molto popolose possono avere totali elevati ma valori per abitante contenuti, e viceversa nazioni ricche e poco popolose possono avere emissioni pro capite altissime. C’è poi la questione decisiva della responsabilità storica: poiché la CO₂ permane in atmosfera per secoli, il riscaldamento che osserviamo oggi dipende dalle emissioni accumulate nel tempo, e i Paesi che si sono industrializzati per primi hanno una quota di responsabilità cumulativa molto maggiore di quanto suggeriscano i dati di un singolo anno. Infine va considerato il commercio internazionale: una parte delle emissioni «di un Paese» è in realtà incorporata in beni prodotti altrove e poi importati. Le emissioni basate sui consumi raccontano così una storia diversa da quelle basate sulla produzione, ed è una distinzione necessaria per un’analisi onesta.
Focus Italia
Per l’Italia il riferimento ufficiale è l’inventario nazionale delle emissioni, elaborato ogni anno dall’ISPRA secondo metodologie internazionali standardizzate e sottoposto a verifica in sede europea e internazionale. Questa standardizzazione è ciò che rende i dati confrontabili nel tempo e con quelli degli altri Paesi, e consente di seguire l’andamento settore per settore con continuità e trasparenza. Il grafico qui sopra ne riassume la tendenza di fondo.
Il quadro italiano riflette in buona parte quello europeo: le emissioni complessive sono in tendenziale diminuzione rispetto ai picchi raggiunti tra la fine degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila. Su questo calo hanno inciso più fattori: la crescita delle fonti rinnovabili nel mix elettrico, i miglioramenti di efficienza energetica, lo spostamento dell’economia verso i servizi, e — non va taciuto — anche l’effetto delle crisi economiche, che riducono temporaneamente i consumi. La sfida, oggi, è rendere la riduzione strutturale e continua, slegandola dagli alti e bassi della congiuntura.
I settori che pesano di più, nel caso italiano, ricalcano la media dei Paesi avanzati: la produzione di energia, i trasporti, l’industria e il comparto civile, cioè il riscaldamento e il raffrescamento degli edifici, con l’agricoltura a completare il quadro. I trasporti, in particolare, sono un nodo difficile, perché le loro emissioni si sono ridotte più lentamente rispetto ad altri settori. L’Italia presenta anche specificità proprie, come un patrimonio edilizio in larga parte datato e poco efficiente, che rende la riqualificazione degli edifici una leva potenzialmente molto efficace.
Tutto questo avviene all’interno della cornice europea, che fissa obiettivi vincolanti di riduzione e mette a disposizione strumenti come il mercato del carbonio (l’ETS) per i settori industriali ed energetici, dove un prezzo crescente delle emissioni spinge verso tecnologie più pulite. La traiettoria verso la neutralità climatica europea entro il 2050 si traduce, a livello nazionale, in piani e tappe intermedie che orientano investimenti e politiche. C’è infine un aspetto che riguarda da vicino ciascuno: una quota rilevante delle emissioni dipende da scelte quotidiane di mobilità e riscaldamento domestico, ambiti in cui le decisioni individuali e quelle urbanistiche possono incidere concretamente. È il punto in cui la grande questione climatica incontra la vita di tutti i giorni, e in cui la responsabilità si distribuisce tra istituzioni, imprese e cittadini.