COME Realizzare
4.1 CRITERI E LINEE GUIDA PER LA PIANIFICAZIONE E GESTIONE DEL VERDE URBANO
L’applicazione della STRATEGIA richiede un ruolo particolarmente attivo a livello comunale, promosso e sostenuto dallo Stato e dalle Regioni. Non a caso, in più occasioni e sin dall’inizio (paragrafo 1.2) si è chiarito che i criteri e le linee guida di seguito evidenziati non costituiscono di per sé la traccia del “Piano del verde urbano”, ma sono finalizzate a segnare la strada del percorso da compiere, in Italia, nei prossimi anni: una vision comune a livello nazionale e regionale che si ispiri a strategie europee e internazionali e consenta di definire piani e progetti locali coerenti con la STRATEGIA.
Nello stesso tempo però, come avviene a scala di paesaggio, occorre far sì che ogni Piano sia il “proprio piano” riconosciuto e realizzato con ampia partecipazione dei cittadini si tratti di un piccolo comune o di una grande metropoli. A questo fine si evidenzieranno alcune linee strategiche per la “Valutazione del contesto e delle risorse” e per la “Domanda di servizi ecosistemici e infrastrutture verdi”.

Valutazione del contesto e delle risorse ambientali e territoriali:
1) Studi di base. In linea con il primo principio della Carta di Roma, è richiesta un’adeguata conoscenza della biodiversità e degli ecosistemi che compongono il Capitale Naturale Del Comune. Gli ecosistemi dovranno essere qualificati in termini funzionali e strutturali partendo dal modello realizzato su base floristico-vegetazionale per l’Italia (Blasi e Biondi, 2017; Blasi et 2014; Blasi Eds, 2010).
Queste conoscenze dovrebbero essere rese maggiormente accessibile ai cittadini ed ai decisori politici tramite la mappatura del capitale naturale e degli ecosistemi e la valutazione e il monitoraggio degli ecosistemi, dei loro servizi e dello stato di conservazione valutato anche in relazione al contesto territoriale e paesaggistico. Ogni Comune dovrebbe pertanto aggiornare e integrare le proprie conoscenze di base rendendole disponibili sia al settore pubblico che a quello privato.
Di seguito si riportano alcuni studi di base propedeutici alla definizione del piano:
- inquadramento del territorio comunale in termini biogeografici, bioclimatici, geo-morfologici, edafici, floristico-vegetazionali (tassonomia e sintassonomia) e in termini dinamici per conoscere la vegetazione reale e potenziale (serie di vegetazione/sigmeti e geosigmeti);
- valutazione dello stato di conservazione (su base funzionale, floristico, faunistico e vegetazionale) degli ecosistemi rispetto alle potenzialità territoriali e la conseguente definizione delle priorità di ripristino in linea con quanto richiesto dalla Strategia europea e nazionale della biodiversità;
- analisi della capacità di fornitura e dei flussi dei servizi ecosistemici;
- definizione della Rete Ecologica Territoriale (RET). La RET rappresenta uno strumento di sostenibilità territoriale che ha lo scopo di mantenere la funzionalità ecologica del paesaggio e di fornire indirizzi utili alla gestione e pianificazione del territorio. Molti dei grandi comuni dispongono di questo importante strumento che nel caso della Provincia di Roma ha avuto il carattere “di documento prescrittivo richiamato nelle norme tecniche d’attuazione”.
LA RET valuta la naturalità diffusa come presupposto di base per il funzionamento del mosaico territoriale. Conoscere le caratteristiche ecologiche di un territorio consente di indirizzare con maggior efficacia qualsiasi intervento che ha come obiettivo il ripristino degli ecosistemi e della fornitura dei loro servizi.
Tale approccio alla definizione di una IV è quindi in grado di integrare dati e conoscenze sugli ecosistemi e sulle condizioni del contesto territoriale per arrivare a definire efficaci soluzioni basate sulla natura. Soluzioni che non si limitano a interventi di tipo prevalentemente architettonico ed ingegneristico, ma promuovono soprattutto la conservazione e il ripristino di ecosistemi più complessi, in grado di rispondere alle richieste di fornitura di servizi ecosistemici grazie a una buona condizione strutturale, funzionale e paesaggistica.
2) Definizione e individuazione cartografica degli ambiti urbani e periurbani in linea con le caratteristiche sinfitosociologiche dell’area:
A livello europeo non esistono definizioni comuni per l’identificazione delle aree urbane e periurbane. In letteratura sono presenti alcuni progetti (es. PlURIEL, UMZ, FUA ecc) che hanno cercato di darne una definizione con successiva rappresentazione cartografica. Interessante ai fini dello sviluppo del piano del verde comunale è il modello Moland, (http://moland.jrc.it – JRC, 2004) proposto dal JRC e applicato recentemente nel progetto Life Emonfur, Inventario foreste urbane e periurbane della regione Lombardia che identifica l’area periurbana come un buffer della superficie urbana (“superfici artificiali” del Corine Land Cover), calcolato con la seguente formula = 0.25 x √A (per saperne di più si rimanda al riferimento bibliografico).
Il riferimento a questa metodologia per l’individuazione degli ambiti urbani e suburbani è puramente indicativo e viene proposto in quanto già applicato in una vasta area del nostro Paese e per segnalare comunque l’importanza di definire in termini anche cartografici l’ambito urbano e periurbano. Le diverse condizioni ambientali, storiche e culturali che hanno definito nel tempo diversi percorsi urbanistici e paesaggistici potranno suggerire l’uso e l’applicazione di esperienze di valore anche locale. È quindi opportuno che del proprio Comune si conosca esattamente l’area che può essere attribuita ai settori urbano, periurbano, naturale e seminaturale, agricolo urbano, agricolo, ecc.
3) Censimento floristico, fitosociologico e sindinamico del verde e cartografia degli spazi liberi di proprietà pubblica
I comune in linea con quanto previsto nell’Art.6 comma 2 della Legge 10/2013, ai fini del risparmio del suolo e della salvaguardia delle aree comunali, oltre a prevedere l’inventario del verde, potranno prevedere opportuni strumenti per la conservazione e il ripristino del paesaggio rurale o forestale non urbanizzato.
Strumento di grande interesse per l’individuazione delle aree da destinare alle foreste urbane è rappresentato dalla cartografia degli spazi liberi di proprietà pubblica che ogni Comune dovrebbe possedere.
Nel caso del Comune di Roma, ad esempio, sono stati localizzati e cartografati ad oggi 40.084 oggetti la cui estensione totale raggiunge i 33.762 ettari corrispondenti al 26,2 % dell’intero territorio comunale. Di tali 33.762 ettari, la porzione in proprietà a Roma Capitale si attesta a 14.170 ettari pari al 41,97 % del totale del patrimonio pubblico censito, mentre il patrimonio immobiliare delle altre amministrazioni pubbliche (Stato, Regione ecc) raggiunge i 19.592 ettari corrispondenti al 58,03 % dell’intero patrimonio pubblico.

Domanda di Servizi Ecosistemici e Infrastrutture Verdi
1) Identificazione delle problematiche e delle necessità del Comune.
I risultati della classificazione dei comuni italiani ha messo in evidenza la straordinaria e
diversificata eterogeneità dei comuni italiani sia in termini di elementi naturali e
seminaturali che di elementi che evidenziano situazioni critiche per le quali il verde urbano,
così come ipotizzato nella STRATEGIA, mette in evidenza l’articolata espressione e
funzione di foreste urbane, verde di pertinenza e verde architettonico.
Conoscendo quindi il
patrimonio naturale, il sistema agricolo, le aree urbane e periurbane si ipotizza quindi la
realizzazione di una cartografia da cui emergono le problematiche urbane in termini di mitigazione del clima, della rimozione di inquinanti e più in generale di tutto ciò che riduce la qualità della vita.
I risultati ottenuti per la definizione degli ambiti periferici vanno certamente integrati con criteri urbanistici e culturali, che identificano condizioni di marginalità, e di assenza o carenza di valori propri della città (incontro, scambio, vitalità culturale, opportunità economiche e di lavoro, inclusione, etc.).
Nello specifico, potranno essere presi in considerazione i seguenti aspetti:
- Scarsa accessibilità, (UN Habitat for a better future, urbanthemes: mobility).
- Carenza di servizi e spazi pubblici (UN Habitat, Global public spacetoolkit, 2015);
- Disagio sociale, mancanza di opportunità culturali, lavorative, di supporto alla fragilità e contrasto alle nuove forme di marginalità, in aumento nelle aree urbane e metropolitane (UN Habitat, 2015);
- Dismissione ed abbandono di spazi aperti e costruiti, paesaggi rurali e storico-archeologicici;
- Vulnerabilità e degrado ambientale, che interessano gli spazi costruiti così come gli spazi aperti in stato di cattiva manutenzione e scarso presidio (UN Habitat, City ResilienceProfilingProgramme, 2017).
2) Domanda di Servizi Ecosistemici e Infrastrutture verdi
L’insieme delle conoscenze di base e del contributo che i servizi ecosistemici possono dare alla soluzione dei “propri e locali” problemi emergono le priorità e la “domanda” di determinati servizi ecosistemici.
La risposta a queste domande si concretizza con la definizione e realizzazione di infrastrutture verdi rigorosamente collegate, caso per caso, a uno o più servizi ecosistemici, al proprio bagaglio storico, culturale e sociale e alla propria identità paesaggistica caratterizzata anche dal sistema agricolo nella sua articolazione in urban gardening e urban farms. “Infrastrutture verdi: Rete di aree naturali, semi-naturali e di origine artificiale, pianificata a livello strategico con altri elementi ambientali, progettata e gestita in maniera da fornire un ampio spettro di servizi ecosistemici. Sulla terraferma, le infrastrutture verdi sono presenti in contesti rurali e urbani (CE, 2013)”
In un’ottica ampiamente accettata di multifunzionalità, le IV devono quindi essere in grado di fornire sinergicamente diversi benefici, all’economia, alla società e all’ambiente con il supporto alla biodiversità, dal livello genetico a quello paesaggistico e il miglioramento della connettività strutturale e funzionale tra le aree naturali e semi-naturali, il verde di pertinenza e il verde architettonico (vedi ad esempio “Alberate”, “Parchi lineari”, coperture verdi dei “lastrici solari” e “verde verticale”).
Sviluppo del Piano del verde comunale
Si lascia agli esperti locali e a futuri approfondimenti del Comitato lo sviluppo del piano del
verde comunale, che dovrà essere parte e integrarsi con pianificazione strutturale dei Comuni. Il Comitato cercherà di promuovere incontri e dibattiti da sviluppare con
l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, le Associazioni dei tecnici che operano nelle
città, i produttori e coltivatori di piante e di tutto ciò che è legato alla fruizione del verde urbano, le Associazioni scientifiche, gli Enti di ricerca e le Università così come in passato si
è arrivati a definire le “LINEE GUIDA per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile “
Anche in questo caso si offre un esempio metodologico che il Comitato intende far conoscere in quanto coerente con la vision della STRATEGIA, ma che ovviamente non potrà mai sostituire o essere adottata senza definire un proprio percorso locale come precedentemente indicato.

Il prof. Miyawaki è senza dubbio il fitosociologo che ha realizzato il maggior numero di foreste urbane in Giappone e in tante altre parti del mondo. Attualmente il “metodo Miyawaki” è sperimentato in tante situazioni in diverse parti del mondo. Si basa sull’uso di specie autoctone scelte sulla base delle comunità individuate applicando il metodo fitosociologico (particolarmente utile per riconoscere le composizioni floristiche ottimali e la configurazione spaziale degli impianti), su profonde lavorazioni per riqualificare il suolo e sulla partecipazione attiva dei cittadini in tutte le fasi del piano e della realizzazione degli impianti.
L’IMPORTANZA DELLA QUALITÀ NELLA FILIERA
Quando si parla di “aumentare la superficie del verde urbano incrementandone la funzionalità ecosistemica” non si può prescindere da un discorso di “filiera di qualità”. La realizzare di aree verdi che possano rispondere alle richieste unionali, che siano in grado di svolgere quindi funzioni migliorative della qualità della vita, soprattutto in ambito urbano, richiede un’attenta individuazione di scelte qualitative che partono dalle competenze dei progettisti, dalla qualità del materiale in vivaio, dalla ditta che realizza l’opera.
Materiale impiegato.
Si riportano alcuni stralci tratti dal Piano Nazionale del Settore Florovivaistico: Il settore florovivaistico possiede un ruolo strategico per quanto riguarda la salvaguardia del territorio e della biodiversità, cioè il ruolo “multifunzionale” che tutta l’agricoltura è chiamata a svolgere nel sistema socio-economico. L’apporto del settore agricolo favorisce tutta una serie di servizi e benefici ambientali e sociali, anche grazie alla revisione della figura dell’imprenditore agricolo, in seguito ai mutamenti introdotti nella Politica agricola comunitaria, che ha visto in quest’ultimo un soggetto capace di fornire non solo “cibo”, ma servizi e benefici ambientali.
L’Italia è ai primi posti della classifica per dimensione della superficie destinata al vivaismo e a coltivazioni di piante e fiori in genere: l’incidenza degli ettari investiti a florovivaismo è del 15% nel caso delle produzioni di fiori e piante in vaso e del 14% nel vivaismo.
Il florovivaismo è un importante comparto dell’agricoltura italiana e comprende il segmento dei fiori e fronde recise, delle piante in vaso da interno ed esterno e delle piante erbacee e legnose. Per le piante erbacee e legnose, vanno citati gruppi di prodotti, come le conifere, le latifoglie (ornamentali, forestali, piante da frutto e barbatelle di vite), le aromatiche, le piantine di ortaggi, le piante mediterranee e le acidofile.
L’entità della superficie investita, in termini di SAU, corrisponde al 30% circa della superficie europea complessiva, conferendo così all’Italia una posizione dominante nell’ambito dell’UE. Gli occupati in base al censimento Istat del 2010 sono oltre centomila e riguardano esclusivamente il settore agricolo. Il valore della produzione delle aziende florovivaistiche italiane rappresenta quasi il 5% (in contrazione rispetto al quinquennio 2008-2012, che era del 6%) della produzione agricola totale e deriva per il 50% dai comparti fiori e piante in vaso mentre, il restante 50% da piante, alberi e arbusti destinati al vivaismo.
Si comprende che il settore ha un’importanza notevole anche a livello di PIL: il Coordinamento Nazionale Filiera del Florovivaismo e del Paesaggio dichiara che sono 25.000 le aziende attive nella produzione di fiori e piante in Italia. Il loro fatturato ammonta ad 1 miliardo e 800 milioni di euro. Il totale delle aziende interessate, comprendendo l’indotto, sale a 47.400 aziende che generano un fatturato di ca. 4 miliardi di euro rappresentando oltre il 6% della PLV agricola, su una superficie di ca. 30mila ettari, impiegando circa 120mila unità produttive. Il settore è in grado di generare un saldo attivo tra import ed export di 180 milioni di euro, importando ca. 320 milioni di euro solo dall’Olanda e 190 milioni da altri Paesi, ma esportando in tutta Europa 690 milioni di euro. Il settore non ha mai goduto di nessun intervento di sostegno sia comunitario che nazionale.
Quindi un settore che garantisce qualità e sicurezza. Non si deve infatti dimenticare che l’impiego di materiale vegetale deve essere sempre effettuato con attenzione, in quanto utilizzare individui di dubbia provenienza può essere fonte di inquinamento genetico o di introduzione di patogeni ed antagonisti che possono nel tempo minare la biodiversità.
Occorre ricordare infatti che il 14 febbraio 2018 è entrato in vigore il Decreto Legislativo 230 del 15/12/2017, Adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) n. 1143/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 ottobre 2014, recante disposizioni volte a prevenire e gestire l’introduzione e la diffusione delle specie esotiche invasive.
Tale DL è stato redatto ai sensi dell’articolo 3 della legge 12 agosto 2016, n. 170, recante delega al Governo per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee – Legge di delegazione europea 2015. Il regolamento (UE) n. 1143/2014 (di seguito “regolamento”) entrato in vigore il 1° gennaio 2015, stabilisce le norme atte a prevenire, ridurre al minimo e mitigare gli effetti negativi sulla biodiversità causati dall’introduzione e dalla diffusione, sia deliberata che accidentale, delle specie esotiche invasive all’interno dell’Unione, nonché a ridurre al minimo e mitigare
l’impatto che queste specie possono avere per la salute umana o l’economia. Per “specie esotiche invasive” si intendono le specie di animali e di piante originarie di altre regioni geografiche introdotte volontariamente o accidentalmente in un ambiente naturale nel quale normalmente non risiedono e che si insediano talmente bene da rappresentare una vera e propria minaccia per l’ambiente nel quale vengono a trovarsi.
Nel DL sono indicate tutte le misure che devono essere prese per evitare l’introduzione di invasive, per come gestire quelle presenti sul territorio nazionale, e le sanzioni per chi non ottempera.
Tecnici e personale
L’attuazione di un piano territoriale, e quindi di un piano del verde, non può prescindere da una corretta progettazione degli spazi. Il progetto deve essere redatto da un gruppo di progettazione vasto ed integrato formato da un professionista abilitato con per le competenze richieste dalla scala e dalla tipologia del progetto stesso e da colleghi di area diversa quali naturalisti ed ecologici particolarmente esperti nel censimento della flora e nella ricostruzione della dinamica vegetazione (sinfitosociologia).
Il tecnico qualificato con il suo gruppo eterogeneo di colleghi esperti anche sul piano naturalistico e paesaggistico non hanno un ruolo importante solo nella fase progettuale. Sulla base delle vaste conoscenze ed esperienze saranno in grado di fornire soluzioni che nel tempo comporteranno minori costi per la cura e la gestione della parte biotica, e una maggiore efficacia della stessa in merito ai servizi ecosistemici.
Infatti risulta sempre più evidente quanto sia fondamentale individuare la specie giusta e lo stadio vegetazionale idoneo sulla base delle condizioni climatiche, edafiche, ecologiche, ambientali, degli spazi a disposizione, nell’ottica di una capacità degli impianti vegetazionali proposti di adattarsi ai cambiamenti in atto e all’ambiente urbano in cui verrà inserita.
Per una migliore garanzia di riuscita del progetto sarebbe opportuno che il gruppo integrato di progettazione seguisse anche le fasi di realizzazione, dalla scelta della piante in vivaio fino alla direzione dei lavori. Il progetto dovrà inoltre essere corredato di un piano di gestione, che fornirà alle amministrazioni un supporto fondamentale per la disposizione delle risorse umane e finanziarie a disposizione.
In merito alla scelta delle ditte esecutrici, l’articolo 12 della legge 154/2016 così riporta:
- L’attività di costruzione, sistemazione e manutenzione del verde pubblico o privato affidata a terzi può essere esercitata: a) dagli iscritti al Registro ufficiale dei produttori, di cui all’articolo 20, comma 1, lettere a) e c), del decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 214; b) da imprese agricole, artigiane, industriali o in forma cooperativa, iscritte al registro delle imprese, che abbiano conseguito un attestato di idoneità che accerti il possesso di adeguate competenze.
- Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano disciplinano le modalità per l’effettuazione dei corsi di formazione ai fini dell’ottenimento dell’attestato di cui al comma 1, lettera b).
- […]
Il 22 febbraio 2018 è stato pubblicato il Documento della Conferenza delle Regioni sul “Manutentore del verde: standard professionale e formativo”, in cui sono definite le aree di attività e i requisiti del percorso formativo minimo per potere essere iscritti nell’albo previsto dal comma 1.

