La natura multidimensionale del benessere supera la tradizionale identificazione con il solo aspetto economico. Ciò non toglie che in una situazione di particolare difficoltà per l’occupazione giovanile, la vision della STRATEGIA, basata su azioni che mettono insieme la funzionalità dei servizi ecosistemici con nuovi servizi che prevedono una fruizione diretta ed elevati livelli di manutenzione, favorisce la crescita economica con l’aumento di nuovi lavori green legati allo sviluppo sociale e culturale delle nuove città.
Il benessere umano è determinato dal benessere individuale (cui sono legati attributi come la salute, il livello di istruzione, ecc.) e dal benessere sociale (cui corrispondono attributi condivisi con altre persone, ovvero con la famiglia, gli amici, la società nel suo complesso).
Il benessere umano necessita quindi di alcuni “pilastri di supporto” (l’ambiente, la cultura, l’economia). In questo quadro sono rilevanti gli scambi tra la sfera del benessere umano e il benessere dell’ecosistema.
Le dimensioni plurali che, attraverso un adeguato set di indicatori individuati dal BES (“Benessere Equo e Sostenibile”, ISTAT 2018), vengono prese in considerazione sono dodici:
- Salute;
- Istruzione e formazione;
- Lavoro e conciliazione tempi di vita;
- Benessere economico;
- Relazioni sociali;
- Politica e istituzioni;
- Sicurezza;
- Benessere soggettivo;
- Paesaggio e patrimonio culturale;
- Ambiente;
- Ricerca e innovazione;
- Qualità dei servizi.
Con la STRATEGIA del verde urbano si vuole contribuire a definire in modo più adeguato – in coerenza con il quadro definito dal BES, dai SDG (Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite), dalla valutazione dello Stato del Capitale Naturale, dalla contabilità ambientale SEEA/EEA, dagli indicatori previsti dal MEF – gli indicatori che permettono di stabilire se e quanto le infrastrutture verdi in ambito urbano possono contribuire a migliorare il well-being e la green economy.
A titolo esemplificativo gli indicatori che sarebbe opportuno utilizzare per integrare le azioni necessarie per aumentare la funzionalità e la presenza del verde urbano con il benessere e lo sviluppo sostenibile sono:
- Tasso di occupazione (BES – “Lavoro”),
- Tasso di mancata partecipazione al lavoro (BES – “Lavoro”),
- Diseguaglianza del reddito disponibile (BES – “Benessere Economico”),
- Densità e rilevanza del patrimonio culturale (BES – “Paesaggio e patrimonio culturale”),
- Abusivismo edilizio (BES – “Paesaggio e patrimonio culturale”),
- Densità di verde storico (BES – “Paesaggio e patrimonio culturale”),
- Disponibilità di Verde urbano (BES – “Ambiente”),
- Soddisfazione per la situazione ambientale (BES – “Ambiente”),
- Lavoratori della conoscenza (BES “Innovazione, ricerca, creatività”),
- Innovazione del sistema produttivo (BES “Innovazione, ricerca, creatività”),
- Occupati in imprese creative (BES “Innovazione, ricerca, creatività”),
- Irregolarità nella distribuzione dell’acqua (BES – “Qualità dei servizi”),
- Posti-km offerti dal TPL (BES – “Qualità dei servizi”),
- Tempo dedicato alla mobilità (BES – “Qualità dei servizi”),
- Dalla Banca dati di Unioncamere (utilizzata per il Rapporto Annuale sulla Green Economy),
L’analisi territoriale ed economica fondata sulla realizzazione e sul conseguente monitoraggio della rete di Infrastrutture Verdi contribuirà a offrire in termini di sviluppo socio-economico e alle nuove opportunità di formazione e inserimento lavorativo in relazione alle possibilità di integrazione con progetti e iniziative diverse
Regioni hanno avviato in diversi settori molte iniziative:
− iniziative connesse alla valorizzazione e promozione culturale degli ambiti suburbani
, attraverso il dialogo e il confronto con Regioni, Mibact, Soprintendenze, operatori di settore;
− iniziative di riattivazione sociale ed economica connesse al recupero edilizio e alle possibilità di riuso di edifici, complessi edilizi e spazi aperti sottoutilizzati, dismessi e abbandonati
La STRATEGIA tende inoltre ad evidenziare la sostenibilità economica delle azioni necessarie per realizzare il verde urbano. Attualmente puntuali valutazioni sui benefici derivanti dal verde urbano in termini di salute e qualità della vita permettono di considerare i costi necessari come uno dei più redditizi investimenti.
A titolo esemplificativo si riportano valutazioni economiche di alcuni servizi ecosistemici valutati a scala nazionale o locale


Economia del Verde Urbano
Il tema del verde urbano incrocia, in modo diretto, alcune grandi questioni del nostro tempo, e questo rende necessaria un’analisi che utilizzi anche le categorie proprie della scienza e della dottrina economiche.
Quello del verde urbano è tema che si colloca, certamente, nel quadro dell’assetto di produzione dei servizi ecosistemici che la natura ci fornisce (dalla purificazione naturale dell’acqua che beviamo o dell’aria che respiriamo, al parco urbano o al paesaggio alpino per passeggiare) attraverso il capitale naturale (inteso come l’intero stock di asset naturali – organismi viventi, aria, acqua, suolo e risorse geologiche – che contribuiscono a fornire beni e servizi di valore, diretto o indiretto, per l’uomo e che sono necessari per la sopravvivenza dell’ambiente in cui esso vive). Servizi, per essere ancor più diretti, che il capitale naturale, per il solo fatto di esistere, fornisce all’uomo.
Per aver un’idea dello spessore economico dei servizi ecosistemici, è sufficiente pensare che il Comitato per il capitale naturale – istituito dalla legge n. 221/2015 e presieduto dal Ministro dell’Ambiente – ha stimato, nel suo Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia pubblicato nel 2017, che il valore complessivo dei servizi ecosistemici in Italia era pari (nel 2015) a 338 miliardi di euro.
La nota specificamente distintiva del verde urbano, in questo contesto, è che esso rappresenta un capitale naturale – in grado di fornire diversi essenziali servizi ecosistemici di prossimità. Esso, cioè, per sua stessa natura è sito e spiega effetto proprio laddove c’è la maggior concentrazione antropica, cioè dentro o immediatamente intorno alle città.
Questo dato fa del verde urbano un asset naturale del tutto peculiare, intorno al quale si gioca una sfida di speciale strategicità. E’ utile al riguardo rammentare che il Gruppo di esperti Onu delle risorse naturali (International resource panel)
Istituito nell’ambito del Programma per l’Ambiente (Unep) – nel suo Rapporto dal titolo “Il peso delle città: i requisiti delle risorse della futura urbanizzazione” ha stimato che nel 2050 la popolazione globale che vivrà nelle città dovrebbe essere il 66% del totale (dal 54% del 2015). Un totale, è bene puntualizzarlo, che oggi è attestato a circa 7,4 mld di persone, ma che da qui al 2050 crescerà sino a 9,8 mld. Saranno trenta anni cruciali, perché la previsione è che questi ulteriori 2,4 miliardi di persone si trasferiranno proprio nelle città e per accoglierle sarà necessario ingrandire e adeguare le aree urbane o costruirne di nuove.
A fronte di sfide epocali di queste proporzioni, l’Italia ha dovuto attendere la legge di riforma della contabilità e finanza pubblica (n. 196 del 31.12.2009), perché venisse introdotta – in allegato al Rendiconto generale dello Stato – una Relazione illustrativa mirata a fornire un quadro d’insieme della spesa pubblica in materia ambientale (tecnicamente, tesa a documentare le “risultanze delle spese relative ai
Programmi aventi natura o contenuti ambientali” per le diverse amministrazioni), rappresentata secondo schemi contabili e modalità di rappresentazione, stabiliti dal Ragioniere generale dello Stato, coerenti con gli indirizzi e i regolamenti comunitari in materia. La Relazione ha preso il nome di Ecobilancio dello Stato, ed è stata pubblicata per la prima volta con riferimento all’esercizio finanziario del 2010. Nell’Ecobilancio dello Stato, l’espressione “verde pubblico” o quella “verde urbano”, tuttavia, non compaiono mai. E questo pone un primo grande tema, di adeguamento dei sistemi di classificazione.
Quanto al volume delle risorse, le risorse finanziarie stanziate dallo Stato per la protezione dell’ambiente (in termini complessivi, e quindi in ogni sua possibile declinazione) ammontano a circa 2,5 miliardi per il 2018, pari allo 0,5% della spesa complessiva del bilancio dello Stato. La previsione di medio periodo è di una lieve riduzione nel 2019 e 2020, per arrivare allo 0,4% della spesa primaria complessiva del bilancio dello Stato in ciascun anno.
La contrazione progressiva della spesa pubblica e la sua controversa selettività, unitamente al basso volume (2,5 mld, appunto) di risorse finanziarie stanziate dallo Stato per la protezione dell’ambiente, rendono di estrema attualità almeno due questioni. La prima attiene alla necessità di ripensare in profondità le politiche pubbliche di bilancio, riconsiderando ordini di priorità superati dalla Storia per sostituirli con altri resi necessari dai cambiamenti epocali in atto.
Come chiarito nel 2016 dalla Corte costituzionale, del resto, il bilancio degli enti pubblici è un vero e proprio “bene pubblico”, nel senso che “è funzionale a sintetizzare e rendere certe le scelte dell’ente territoriale, sia in ordine all’acquisizione delle entrate, sia alla individuazione degli interventi attuativi delle politiche pubbliche, onere inderogabile per chi è chiamato ad amministrare una determinata collettività ed a sottoporsi al giudizio finale afferente al confronto tra il programmato ed il realizzato”.
In questo processo di revisione critica anche il verde, e in specie quello urbano, può recitare una parte da protagonista, in almeno tre direzioni:
- i) riduzione della spesa pubblica
- ii) risparmio di spesa pubblica
- iii) orientamento in senso virtuoso della spesa di famiglie e imprese.
Ai fini della riduzione della spesa pubblica, investire sul verde urbano significa intanto, è ormai dimostrato, investire sull’abbattimento della spesa sanitaria.
Alcuni semplici dati sono sufficienti per comprendere appieno la dimensione del problema:
- secondo il report dell’Aea “Qualità dell’aria in Europa — rapporto 2017”, l’inquinamento atmosferico da particolato fine (PM2,5) nel solo 2014 è stato responsabile di circa 400.000 morti premature nell’Ue a 28;
- in Italia, secondo il rapporto “La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane“, realizzato dalla Fondazione sviluppo sostenibile in collaborazione con Enea e Ferrovie dello Stato, si registrano 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico (contro le 86.000 della Germania, 54.000 della Francia, 50.000 del Regno Unito, 30.000 della Spagna) di cui 66.630 sono imputabili a polveri sottili PM2,5, 21.040 a disossido di azoto (NO2), 3.380 all’ozono troposferico (O3); per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro Paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti (contro una media europea di 860), con picchi di mortalità nell’area di Milano e hinterland, Napoli, Taranto, l’area industriale di Priolo in Sicilia, le zone industriali di Mantova, Modena, Ferrara, Venezia, Padova, Treviso, Monfalcone, Trieste e Roma;
- infine, occorre rammentare la presa di posizione dell’aprile 2017 della Commissione Europea all’Italia per l’adozione di azioni appropriate contro l’emissione di PM10 al fine di garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica; nell’occasione, è stato specificato che, secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente, il nostro Paese è lo Stato membro più colpito in termini di mortalità connessa al particolato, con più di 66.000 decessi prematuri all’anno
Prima del decesso sopraggiunge di regola la malattia, e lo stato di morbilità genera, per tutto il suo corso, spesa sanitaria (è utile ricordare, in proposito, che nel 2016 l’Italia si è collocata al dodicesimo posto nella classifica dei Paesi europei in fatto di spesa sanitaria, impegnando in questo settore quasi il 9% del proprio Pil, per un totale stimato in 149.500 milioni di euro).
La quota di spesa sanitaria (per tacere di quella a carattere previdenziale e assistenziale) dovuta alla qualità dell’aria, non è un dato fatalisticamente ineluttabile, ma un fattore che può e deve essere senz’altro governato, con idonee politiche pubbliche (anzitutto, di bilancio).
Che ne valga davvero la pena lo dimostrano gli studi più avanzati, condotti su un campione significativo di città (Beijing, Buenos Aires, Il Cairo, Istanbul, Londra, Los Angeles, Città del Messico, Mosca, Mumbai e Tokio).
Gli studiosi stimano il valore dei benefici generati dagli alberi in tutte queste realtà urbane in:
- $ 482 milioni all’anno, grazie alla riduzione di CO, NO2, SO2, PM10 e PM2.5;
- $ 11 milioni all’anno grazie alla facilitazione al deflusso idrico che previene inondazioni urbane;
- $ 0,5 milioni all’anno a causa del risparmio energetico dell’edilizia e del raffreddamento;
- $ 8 milioni all’anno per l’assorbimento e sequestro di CO2 (primo gas oggi responsabile del cambiamento climatico)
Secondo le analisi più accreditate, del resto, la presenza degli alberi riduce la concentrazione del PM atmosferico tra il 7% ed il 24% entro i 100 mt di distanza dalla pianta, e riduce la temperatura atmosferica di 2- 4 °F.
Questo ruolo nevralgico degli spazi verbi urbani è stata riconosciuto a chiare lettere anche dal Piano Anti smog varato dal Ministero dell’ambiente a fine 2015, laddove prevede fra l’altro “misure volte all’aumento del verde pubblico all’interno delle aree urbane, con particolare attenzione alla problematica della piantumazione in aree urbane ed extraurbane”.
Promuovere il verde urbano significa, dunque, promuovere un capitale naturale essenziale, che assicura alle città importanti servizi ecosistemici elevando la qualità della vita di tutti. Ma significa anche, di riflesso, ridurre la spesa pubblica, anzitutto sub specie di spesa sanitaria.
Per ridurre la spesa pubblica, occorre però anzitutto investire, bene, denaro pubblico. Per quanto qui rileva, in programmi mirati di miglioramento della qualità dell’aria. Il volume delle risorse minime allo scopo occorrenti lo ha stimato direttamente il Governo italiano, impegnandosi – nella lettera inviata a Bruxelles nel febbraio 2018 per rispondere alla richiesta da parte dell’Ue di urgenti misure anti-inquinamento – a investire oltre 5 miliardi di euro nei prossimi anni. Non meno di questo vale, dunque, sul piano economico, la sfida per rilanciare sulla vivibilità urbana, attraverso azioni costanti e concrete di miglioramento della qualità dell’aria.
E che si tratti di una strada obbligata lo conferma l’approvazione, il 14.12.2016, della “Direttiva sui limiti nazionali di emissione (NEC)”, entrata poi in vigore il 31 dicembre dello stesso anno, che impone limiti più restrittivi per i cinque principali inquinanti atmosferici in Europa: anidride solforosa, ossidi di azoto, composti organici volatili senza metano, ammoniaca e polveri sottili. Tale Direttiva ingiunge, inoltre, agli Stati di redigere un programma nazionale contro l’inquinamento atmosferico entro il 2019, specificandovi le misure per la riduzione delle emissioni e nuovi piani nei settori dei trasporti, agricoltura, energia e clima.
Per realizzare questo obiettivo di sistema, sarà necessario anche aumentare il capitale naturale rappresentato dagli spazi verdi nelle e intorno alle nostre città, senza per questo dimenticare il contributo che il ricorso al verde può dare come misura di contenimento della spesa pubblica nell’ambito di specifici programmi di intervento sul territorio, di risanamento piuttosto che di prevenzione.
Così è, va ricordato, per le azioni di bonifica, anche nei 79 siti di discarica abusivi – affidati dal 24.3.2017 ad un Commissario straordinario governativo per far fronte alla sanzione applicata dalla Corte di Giustizia Europea all’Italia nel 2014 – laddove lo Stato debba farsi carico, per legge, e in via sussidiaria, dei relativi oneri a causa della mancata individuazione dei reali responsabili dell’inquinamento. In tali casi, una tecnica innovativa a basso costo che si sta sperimentando è quella della fitodepurazione, utilizzabile a seconda della tipologia di inquinanti presenti in sito. Al riguardo, si può indicare a titolo di esempio l’esperienza condotta dal CNR-IRSA di Roma e Bari, Istituto per la Ricerca sulle Acque, che nella zona del Bacino del fiume Sacco ha utilizzato cloni di pioppo su un’area di 8 kmq, per disinquinare la zona dal beta-esaclorocicloesano. Parimenti, va evidenziato che il tema del verde urbano e della sua gestione incrocia naturalmente anche il tema della mobilità.
Non solo è dimostrato scientificamente che risanamento ambientale e miglioramento della qualità dell’aria nelle città sono utilmente realizzabili anche mediante piantumazione di alberi che assorbono le polveri sottili (in particolare di Pm 10 e Pm 2,5), ma vi sono già diversi progetti concreti in atto, in questa direzione. Così è, ad esempio, nel caso di Frosinone, che da decenni è ai vertici delle classifiche sulla cattiva qualità dell’aria, e ha attivato nel 2017 un progetto, finanziato dal Ministero dell’ambiente, che ha questo preciso obiettivo.
Del resto, se è vero che le polveri emesse dagli impianti di riscaldamento delle abitazioni e degli uffici è il primo fattore di deterioramento della qualità dell’aria (anche nell’ambiente outdoor, secondo Ispra, le sorgenti più importanti di inquinanti ubiquitari sono fornelli di cucina, caldaie e caminetti), è anche vero che ogni giorno 1,8 milioni di italiani si recano in auto al lavoro, con una media di 1,33 occupanti per veicolo. Al riguardo, ANCI ha calcolato (su dati Istat e Audimob) che con due passeggeri per vettura si toglierebbero 628 mila auto dalle strade, per 660 mila tonnellate di Co2 in meno nell’aria al giorno.
Oggi, tuttavia, viene in soccorso la tecnologia: l’app più diffusa in Italia per il welfare di mobilità si calcola abbia fatto risparmiare 1.714.120 km di strada a 140 mila utenti l’anno scorso, per un totale di 222.835 chilogrammi di anidride carbonica in meno nell’atmosfera italiana. Secondo lo stesso algoritmo, è come se fosse sorto dal nulla un bosco di 11.148 alberi (anche questa tendenza, sempre più accentuata, ad usare gli alberi come unità di misura – de futuro possibilmente anche “legale”, secondo la proposta avanzata nel corso di questa consiliatura da parte di questo Comitato, e ripresa da alcune forze politiche – merita di essere evidenziata, per riflesso di una sensibilità dell’opinione pubblica fortemente accentuatasi, sul tema).
Tutto ciò detto, va aggiunto che vi è la necessità, oggi, ferme restando le responsabilità primarie delle istituzioni pubbliche, di alzare lo sguardo oltre il solo piano della finanza pubblica. Un ordine economico mondiale fortemente finanziarizzato e in grave crisi di reputazione ha infatti sviluppato spinte tese a orientare il flusso di capitali verso gli investimenti sostenibili, conducendo anche l’UE ad adottare raccomandazioni, sia generali che specifiche, per ogni settore (condensate in Piano d’azione per la finanza sostenibile), allo scopo di favorire l’integrazione dei principi ESG nelle decisioni d’investimento e sensibilizzare gli operatori sul tema.
La posta in gioco è alta: le ingenti masse finanziarie raccolte e governate dall’industria del risparmio gestito. Solo per restare al nostro Paese, i dati resi noti a fine 2017 da Assogestioni parlano chiaro: nel settore, sono attivi 19 gruppi che nel 2017 hanno raccolto 1,9 miliardi di euro (erano 1,3 a fine 2016), mentre le masse gestite si attestano a 8,5 miliardi (a fine 2016, avevano raggiunto quota 6 mld).
Questi numeri sono l’effetto di iniziative non semplicemente attivate su base volontaria, ma anche all’insegna di un sostanziale spontaneismo. Nuovo impulso a questo processo è però atteso quale effetto dell’emanazione, a fine 2016, del d.lgs. n. 254/2016, di attuazione della direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22.10.2014, recante modifica alla direttiva 2013/34/UE per quanto riguarda la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni.
Conseguenza dell’implementazione della direttiva 2014/95/UE è, infatti, che dal 2017 la reportistica aziendale c.d. “non finanziaria” (per ora, per le società commerciali di più grandi dimensioni) evolve da volontaria ad obbligatoria, con norme articolate e specifiche che nei fatti superano l’iniziale e insufficiente tentativo sperimentato con gli artt. 2428, co. 2, c.c., e 40, co. 1 bis, del d.lgs. n. 127/1991. Come è stato esattamente osservato, il fatto che si passi all’obbligo per legge di comunicare le azioni aziendali su temi quali ambiente, personale dipendente, diritti umani e lotta alla corruzione attiva e passiva, rende definitivamente sdoganata la c.d. Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), come parte integrante delle strategie d’impresa.
Naturalmente, non tutti questi 1,9 miliardi di euro raccolti in Italia nel 2017, e, di riflesso, non tutti gli 8,5 miliardi di masse gestite nel nostro Paese, saranno in concreto orientati a sostenere iniziative specificamente declinate nel senso della sostenibilità ambientale, mirate (dal punto di vista degli investitori) a coniugare dividendo economico e dividendo etico. Similmente, non tutte le grandi aziende soggette all’applicazione del d.lgs. n. 254/2016, e quindi tenute a dotarsi di reportistica c.d. “non finanziaria” su temi quali ambiente, personale dipendente, diritti umani e lotta alla corruzione attiva e passiva, sceglieranno di orientare le rispettive azioni aziendali (mettendo in gioco, per conseguenza, le occorrenti risorse finanziarie) proprio nel settore ambientale. E su azioni concrete che prendano la forma di interventi di forestazione o riforestazione urbana.
E’ tuttavia ragionevole stimare, secondo gli osservatori più attenti, che un’ampia parte di queste risorse saranno destinate, considerato l’impatto che solitamente vi è associato sul piano delle ricadute reputazionali per le aziende, ad azioni nel campo della sostenibilità ambientale.
Quel che manca, al riguardo, e di cui occorre urgentemente dotarsi, è un sistema di connettività stabile e semplice da attivare per facilitare l’incontro fra questo ampio stock finanziario, in cerca di impieghi coerenti con le intenzioni e le aspettative del mondo produttivo, da un lato, e, dall’altro lato, il sistema pubblico locale alla ricerca dei capitali necessari per attuare politiche di superamento del deficit di verse che tante, troppe nostre città scontano. Del resto, convogliare risorse verso precisi obiettivi di sostenibilità urbana, conviene, anche dal punto delle grandezze di ordine economico. Basti pensare che, pur essendo variabile dipendente da numerosi fattori, anche il valore degli immobili – ad esempio – secondo gli studi dello U.S. Forest Service può incrementarsi, in presenza di aree coperte da vegetazione arborea, sino al 20%.
La presenza di piante non solo aggiunge valore alle abitazioni direttamente interessate dalla presenza degli alberi, ma anche a tutte quelle poste nelle zone adiacenti. E questo non solo per ragioni estetiche, ma anche grazie alla percezione di vivere in un ambiente più salubre. Anche investire, in particolare, sulla cura e lo sviluppo del verde urbano di pregio è scelta dalle precise implicazioni di ordine strategico.
“Andar per parchi, giardini e vivai” è infatti tendenza che, proveniente dal mondo anglosassone, si sta sempre più decisamente anche in Italia. Questo fenomeno, noto al di fuori dei confini nazionali come garden tourism, o anche horticultural tourism, ha portato nel Regno Unito i visitatori dei giardini di proprietà del National Trust a toccare quota 20 milioni tra 2013 e 2014, mentre in Francia i soli giardini del castello di Villandry contano 350 mila ingressi l’anno. Quanto agli Stati Uniti, si calcola che i visitatori di parchi e giardini superino addirittura quelli di Disneyland.
Per quanto riguarda il nostro paese, infine, secondo le stime di Grandi Giardini Italiani sarebbe stata raggiunta la soglia di 8 milioni di visitatori. Flussi all’evidenza importanti, anche economicamente. Che generano e distribuiscono ricchezza, e debbono spingere le istituzioni e il mondo produttivo a definire un’offerta, anzitutto turistica, pensata e costruita intorno al verde come fattore di attrazione verso le città.
Si tratta, dunque, di spesa produttiva, a dispetto delle apparenze più superficiali. E, è da aggiungere, di una spesa produttiva per tutti, perché quegli 8 milioni di visitatori incidono al rialzo sui fatturati delle imprese del comparto turistico e, di riflesso, incrementano indirettamente il gettito della fiscalità locale.
Ora, manutenere il verde pubblico, ad iniziare da quello di pregio (si pensi alle ville storiche delle nostre città), certamente ha un costo. Ma non è affatto detto – occorre su questo essere molto chiari – che tale costo debba essere sostenuto, in tutto o in parte, dal bilancio dell’ente locale.
Dotare semplicemente la città di uno spazio verde che, per il solo fatto di esistere, (produce essenziali servizi ecosistemici) richiede spese di allestimento e manutenzione è infatti una delle soluzioni possibili. Non l’unica. Attraverso il ricorso alle diverse forme normativamente ammesse di partenariato, infatti, si può sollevare da detti oneri, in tutto o in parte, il bilancio dell’ente locale.
Così è per l’ “adozione” di aree verdi da parte di aziende-sponsor che si accollano – a fronte di una evidenza pubblica (una targa, un cartello, etc.) per il ruolo che vengono ad assumere – gli oneri di manutenzione (talora anche straordinaria, ovviamente sotto la regia e il controllo pubblico), liberando così risorse comunali destinabili ad altra voce di spesa.
Così è, ancora, laddove ad adottare un’area verde siano comitati o associazioni fra cittadini, nello spirito del principio, di rilevanza costituzionale, della sussidiarietà c.d. orizzontale. Le modalità sono in tal caso differenti, rispetto al caso precedente, ma il risultato finale perseguito è lo stesso: offrire alla città uno spazio verde fruibile sollevando in tutto o in parte l’ente locale dal dover sopportare i costi relativi. Entrambe le ipotesi, dunque, realizzano al tempo stesso un modello di governo del verde urbano che è anche un modello di governo del bilancio pubblico.
Vi è poi il capitolo, importante, del c.d. verde attrezzato. Per il fatto di essere attrezzato (panchine, giochi per bambini, aree per cani, etc.), questo tipo di verde si pone ancor più come fattore di attrazione per i cittadini e, quindi, di aggregazione sociale. Ne deriva un suo particolare rilievo non solo sul piano dei valori della socialità, ma anche – di riflesso – una formidabile appetibilità sul piano economico per gli imprenditori interessati a localizzarvi, dietro concessione comunale, un’attività commerciale (bar, chioschi, ludoteche, etc.).
Eloquente, in proposito, la vicenda romana dei c.d. Punti verde qualità, ossia quelle aree verdi attrezzate con impianti sportivi, grazie all’intervento di soggetti privati, che – per effetto di un’impropria garanzia comunale sui mutui contratti dai privati concessionari con le banche per reperire le risorse destinate agli investimenti necessari – dopo la decadenza delle convenzioni con i gestori a causa del mancato pagamento delle rate dei mutui ha fatto emergere un’esposizione finanziaria del Comune per 121 mln di euro.
Nel suo essere certamente una vicenda di malamministrazione, essa pure – con la forza rappresentativa tipica dei fenomeni di economia illegale – si pone come eloquente indicatore dell’ordine di grandezza complessiva degli interessi economici in gioco riguardo al c.d. verde attrezzato. Che dovrebbe e potrebbe assicurare agli enti locali, ove fatto finalmente oggetto di politiche di governo del verde urbano mature e responsabili, precisi effetti immateriali (socialità) e materiali (introiti).
Peraltro, anche quando nella gestione di uno spazio verde urbano non esistano le condizioni per attivare utili forme di partenariato (nei termini dinanzi descritti), né per generare (nel caso del c.d. verde attrezzato) persino introiti per l’ente locale, e dunque gli oneri di manutenzione non siano dirottabili su economie terze, anche queste spese non sono un dato da assumere come fatalisticamente ineluttabile, bensì tema per azioni di governo. Basti in proposito pensare, ad esempio, che anche intorno a sfalci, ramaglie e potature prodotti dagli spazi verdi urbani ruotano (o forse sarebbe meglio dire che potrebbero ruotare) precisi cicli economici, dai valori in gioco non banali.
E’ noto che gli interventi di spazzamento e rimozione del fogliame sulle strade alberate, l’opera di pulizia dei marciapiedi, dei tombini e delle caditoie viene intensificata nei mesi invernali, a partire da novembre, periodo in cui si accentua il fenomeno di caduta delle foglie. La gestione degli sfalci e delle potature del verde urbano, ovvero l’erba e le ramaglie di scarto prodotte dalla manutenzione di aiuole, parchi e giardini pubblici e privati in aree cittadine oscilla tuttavia, ancor oggi, fra la dimensione del problema e quella dell’opportunità. Ciò dipende dalla loro controversa natura, che un andamento legislativo e pretorio ondivago declina ora come rifiuto ora come sottoprodotto, con ciò che ne consegue (anche in punto di responsabilità penale personale).
Per un verso, la loro gestione potrebbe rivelarsi conveniente non solo per gli impianti a biomassa ma anche per i per i Comuni, se considerati sottoprodotti, poiché questi ultimi – a differenza dei rifiuti – non si possono avere gratis ma occorre pagarli. E gli impianti di teleriscaldamento sono disposti ad acquistare dai Comuni la loro biomassa ad un prezzo di circa 15-20 euro a tonnellata (di contro, inviare a compostaggio o biodigestione una tonnellata di verde urbano costa agli stessi Comuni circa 60 euro).
L’interesse dei gestori degli impianti a biomassa sta nel fatto che sono da tempo alle prese con la difficoltà di reperire sul mercato il cosiddetto cippato di legno, ovvero lo scarto delle segherie e dei pannellifici che rappresenta la principale fonte di alimentazione degli impianti.
Sfalci, ramaglie e potature interessano però anche i compostatori, per i quali rappresentano buona parte della materia che oggi viene avviata a trattamento nei loro impianti (su circa 5,7 milioni di tonnellate di rifiuti organici, 1,9 provengono dal verde). Il compost, come noto, è merce richiesta, perché protegge le piante grazie all’attività microbica naturale, rende morbido il terreno facilitando la vangatura, e migliora la ritenzione dell’acqua.
Peraltro, mentre gli sfalci sono perfetti per il compost, potature e ramaglie contengono lignina, e quindi si prestano ad essere utilizzate come combustibile negli impianti a biomasse, che quindi del verde urbano ambiscono in particolare gli scarti legnosi. Sul piano dei valori in gioco, il beneficio economico complessivo per l’amministrazione pubblica italiana è stato stimato tra 240-360 milioni di euro l’anno di introiti, dato che il quantitativo disponibile di potature urbane si attesta intorno ai 3-4 milioni di tonnellate all’anno con un costo di smaltimento di circa 180-240 milioni di euro a fronte di un possibile ricavo, in caso di utilizzo energetico, di 80-120 milioni.
Peraltro, se tutti i Comuni decidessero di vendere le proprie potature piuttosto che smaltirle, non solo i titolari di impianti a biomassa ma anche i compostatori sarebbero obbligati a pagare per acquistarle sul mercato. E questi ultimi, di conseguenza, potrebbero essere costretti ad aumentare il costo di conferimento ai propri impianti di quel che resta delle frazioni organiche delle potature. Perchè a differenza degli impianti a biomassa, che recupererebbero la spesa grazie alla vendita dell’energia prodotta – peraltro incentivata dallo Stato – i compostatori, che non guadagnano dalla vendita del fertilizzante ma dal prezzo pagato dai Comuni per smaltire l’organico, tenderebbero a rientrare dei nuovi costi di approvvigionamento delle potature aumentando le tariffe di conferimento. In buona sostanza, da un lato i Comuni potrebbero guadagnare dalla vendita delle potature, dall’altro invece sarebbero costretti a pagare di più per smaltire quel che resta delle loro frazioni organiche.
Questo stato di cose non è accettabile. Comuni e operatori non possono e non debbono essere lasciati in balia di un simile quadro di incertezze. E’ necessario definire punti di riferimento saldi, per costruirvi intorno politiche integrate di gestione di sfalci, ramaglie e potature, nelle quali i Comuni italiani si pongano riguardo alle aree verdi pubbliche come – al tempo stesso – acquirenti di servizi di sfalcio e/o potatura ma anche, alle condizioni di legge, come venditori di materia ai bruciatori di biomassa e/o ai compostatori.
Senza dimenticare la necessità di definizione di tariffe adeguate per quella componente del servizio di igiene urbana che è rappresentata specificamente dallo spazzamento (destinata come tale a trovare spazio nei contratti di servizio di società in house o gestori terzi), né, come accennato, il costo di conferimento ai compostatori di quel che resta delle frazioni organiche delle potature. Tutto ciò va ricostruito in un quadro unitario da parte dai singoli enti locali, fatto oggetto di gestione programmata, e inserito anche nelle logiche e nelle pratiche di governo di area vasta.
Per sviluppare nuove politiche di governo del verde urbano la finanza pubblica è senz’altro un driver fondamentale. E tuttavia non si può sottacere il ruolo che il verde urbano può giocare nel quadro del processo di revisione critica delle politiche pubbliche di bilancio, a proposito delle azioni di orientamento in senso virtuoso della spesa di famiglie e imprese.
Il tema si inserisce in quello, più ampio, del ricorso a strumenti economici di protezione ambientale in grado di incidere sulle preferenze di consumo private. Tra tali strumenti spicca quello tributario, modulabile nei diversi casi dal decisore politico in modo da deprimere o incentivare abitudini di produzione e di consumo dei soggetti economici mediante l’imposizione di un dato regime fiscale.
La fiscalità ambientale, in senso ampio, è fatta anzitutto di green taxes (quando il prelievo a titolo di imposta assume come base imponibile del tributo una grandezza fisica che ha un impatto negativo sull’ambiente: si pensi alle accise sugli oli minerali e derivati o sull’energia elettrica), che possono atteggiarsi ad imposte di scopo (il cui gettito è destinato a finanziare spese per la protezione ambientale) o ad imposte ambientali generiche (il cui gettito non è utilizzato per finanziare le spese ambientali ma alimenta il bilancio pubblico nel suo complesso). Anche in tal caso, si parla di numeri importanti: secondo l’ISTAT, i gettiti raccolti dalla tassazione ambientale in Italia sono gradualmente aumentati, passando da 34,1 mld/€ del 1995 a 57,6 mld/€ del 2014 a prezzi correnti.
Accanto alle green taxes, che tendono dunque a “ penalizzare” alcune attività a più alto impatto ambientale, si pongono misure fiscali mirate invece a incentivare comportamenti virtuosi. Stimolando, per tal via, la volontaria destinazione di risorse finanziarie private (di famiglie e imprese) verso obiettivi di politica ambientale definiti dallo Stato.
Così è, per il 2018, per la detrazione dall’Irpef lorda pari al 36% delle spese sostenute (nel limite massimo di 5mila euro), c.d. bonus verde (art. 1, commi da 12 a 15, legge n. 205/2017), per le seguenti tipologie di interventi eseguiti su unità immobiliari a uso abitativo:
- sistemazione a verde di aree scoperte private di edifici esistenti, unità immobiliari, pertinenze o recinzioni, impianti di irrigazione e realizzazione pozzi;
- realizzazione di coperture a verde e di giardini pensili.
La detrazione spetta, a normativa vigente, fino a un ammontare complessivo delle spese non superiore a 5mila euro (il limite si riferisce alla singola unità immobiliare a uso abitativo, anche condominiale).
Conseguentemente, la detrazione massima è di 1.800 euro (36% di 5.000) per immobile.
Il legislatore ha per ora limitato il bonus al solo 2018, ma questa misura, fortemente attesa, è uno straordinario punto di partenza per mettere al servizio dello sviluppo del verde urbano (con i servizi ecosistemici che esso produce, per il solo fatto di esistere, a vantaggio di tutta la città, anziché dei singoli proprietari di ciascuna unità immobiliare) l’ampio stock di risorse finanziarie delle famiglie italiane, da considerarsi risorsa essenziale e strategica. Orientare i consumi verso obiettivi virtuosi attraverso idonee politiche fiscali è doveroso specie se possono ricavarsene risultati di ordine sistemico, quale ad esempio il contenimento del fabbisogno energetico nazionale.
Così è, ad esempio, nel caso di ricorso a tetti e pareti verdi degli edifici, che forniscono isolamento termico alle strutture degli edifici contribuendo pertanto a ridurre il consumo di energia attraverso la riduzione della domanda di energia per il condizionamento degli ambienti (secondo ENEA, ad una riduzione della temperatura interna pari a 0.5 °C può corrispondere un abbattimento dell’8% dell’utilizzo di energia elettrica percondizionamento). E per vero anche in zone con clima freddo, i tetti verdi possono contribuire a ridurre i consumi di energia anche per il riscaldamento invernale riportando sensibili risparmi energetici maggiori rispetto a quelli ottenibili con la metodologia dei tetti freddi. “Verde” è infine, anche, occupazione. E quindi, insieme, lavoro come fattore strategico di dignità della persona e, riguardo alle dinamiche economiche di sistema, come monte salari essenziale fra l’altro per il sostegno alla domanda interna.
In base a stime UE del 2017, nonostante la crisi economica, la green economy è cresciuta negli ultimi anni, creando nuova occupazione. In particolare, nell’UE i green job sono aumentati negli ultimi 15 anni del 49% (l’occupazione nell’economia tradizionale è aumentata solo del 6%, invece). Sul piano del valore aggiunto lordo, ovvero alla ricchezza prodotta dall’economia ambientale, negli ultimi 15 anni si è passata dai 135 ai 289 miliardi di euro, con un’incidenza sul Pil europeo del 2,1% rispetto all’1,4% di 15 anni prima.
Numeri, questi, non tutti ovviamente riferibili al verde. Ma è sufficiente considerare che il solo florovivaismo italiano è settore che vale complessivamente oltre 2,5 miliardi di euro, con 100mila addetti in 27mila aziende, per avere un indicatore attendibile dell’ordine di grandezza complessivo del comparto dei professionisti del verde e delle corrispondenti prospettive occupazionali.
Certo, lavorare con il verde è mestiere per chi lo sa fare. Che non ammette improvvisazioni, se non si vuole perdere capitale naturale. O capitale umano (gli alberi, se manutenuti per nulla o da mani inesperte, possono uccidere).
Occorrono professionisti adeguatamente formati, e congruo aggiornamento. Questo richiede un sistema formativo all’altezza della sfida, ad iniziare da un rilancio, per quanto riguarda l’Italia, delle Scuole per giardinieri che un tempo erano il vanto del nostro Paese e di cui oggi rimane traccia essenzialmente nella Scuola di Monza. Politiche del lavoro ponderate e adeguate alle specificità del settore del verde, questo serve.
Con urgenza.
Per evitare, fra l’altro, di cadere nell’equivoco che lo schema dell’affidamento diretto a cooperative sociali, che pure offrono importanti possibilità di inserimento o reinserimento a persone in condizione di svantaggio, possa praticarsi anche per il verde verticale. E anche per evitare, esemplificando di nuovo, che si perpetuino – specie nell’ambito degli appalti per la gestione del verde pubblico – situazioni non semplicemente di lavoro “nero”,ma non di rado di caporalato e/o di sfruttamento vero e proprio.

