Politiche e futuro
Nessun progettista, da solo, cambia una città. Servono regole, risorse e una visione collettiva. In questa conferenza conclusiva guardiamo a chi disegna le regole del gioco — l’Europa, gli Stati, le città — e alla responsabilità di chi, con quelle regole, costruisce il mondo di domani.
La somma è più delle parti
Lungo questo ciclo abbiamo attraversato tutte le scale: il clima, i materiali, l’edificio, la città, le persone, il rischio, gli strumenti. Resta una domanda che le tiene insieme tutte. Un singolo edificio virtuoso è una bella cosa, ma è una goccia; per spostare davvero gli equilibri occorre che milioni di edifici cambino insieme. E questo non accade per buona volontà sparsa: accade quando una società si dà regole, obiettivi e risorse comuni. È il terreno delle politiche — meno affascinante di un bel progetto, certo, ma è qui che la sostenibilità diventa, o non diventa, realtà di massa.
In questa conferenza conclusiva esamineremo la cornice di regole che oggi orienta il costruito in Europa, dal Green Deal alle sue articolazioni più concrete; rifletteremo sulla responsabilità specifica di chi progetta, là dove la norma finisce; e infine, con il caso di Vienna e con uno sguardo d’insieme sull’intero percorso, chiuderemo il ciclo tornando al punto da cui eravamo partiti — quella parola, «sostenibilità», che abbiamo smontato e ricomposto in dieci tappe.
«Un edificio sostenibile è una scelta; una città sostenibile è una politica.»
Le regole del gioco
In Europa, la cornice che orienta tutto si chiama Green Deal europeo: l’impegno a rendere il continente climaticamente neutro entro il 2050. È un ombrello sotto cui vivono molte politiche concrete, e diverse riguardano da vicino il costruito. La più importante, per noi, è la Renovation Wave — l’«onda di ristrutturazioni» — che parte da una constatazione decisiva: tra l’85 e il 95% degli edifici che useremo nel 2050 esiste già oggi. Ecco perché l’obiettivo non è solo costruire bene il nuovo, ma riqualificare l’esistente — la strategia punta a ristrutturare 35 milioni di edifici inefficienti entro il 2030 e a raddoppiare il ritmo dei lavori.
Accanto alle norme tecniche, c’è un’iniziativa di natura diversa, più culturale: il New European Bauhaus. Ispirato alla celebre scuola tedesca di un secolo fa, parte da un’idea tanto semplice quanto potente — la transizione ecologica non deve essere solo efficiente, ma anche bella e giusta. Ruota infatti attorno a tre valori inseparabili: sostenibilità, estetica e inclusione. È il riconoscimento che le persone non difenderanno mai un mondo sostenibile che percepiscono come brutto o ingiusto; la qualità del progetto, come abbiamo visto parlando delle persone, non è un lusso ma una condizione del consenso. L’iniziativa, nata nel 2020, è da poco entrata in una nuova fase con atti adottati alla fine del 2025.
Infine, una leva spesso invisibile ma potentissima: la finanza. Con la tassonomia europea — una classificazione di ciò che si può davvero definire «verde» — e con i criteri ESG (ambientali, sociali e di governance), l’Unione sta progressivamente indirizzando gli investimenti verso ciò che è sostenibile e allontanandoli da ciò che non lo è. Quando il denaro comincia a chiedere conto delle emissioni, anche il mercato si muove: è un modo indiretto, ma straordinariamente efficace, di scrivere le regole del gioco.
La responsabilità di chi progetta
Di fronte a questa impalcatura di norme e incentivi, qual è il ruolo del singolo progettista? Non certo quello di un esecutore passivo che si limita a rispettare i minimi di legge. Le regole fissano un pavimento, non un soffitto: il buon progetto comincia dove finisce l’obbligo. L’architetto e l’urbanista dispongono di un margine di scelta enorme — su materiali, forme, priorità, relazioni — e con esso di una responsabilità altrettanto grande, perché ogni edificio dura decenni e condiziona la vita di chi verrà dopo di noi.
Sullo sfondo si profilano anche visioni più radicali, che vale la pena conoscere senza pregiudizio. C’è chi punta a una decarbonizzazione spinta e a città a impatto quasi nullo; e c’è chi, più provocatoriamente, mette in discussione l’idea stessa di crescita infinita e parla di decrescita, o di un’economia che accetta di fermarsi entro i limiti del pianeta — torniamo, in fondo, alla ciambella di Kate Raworth della prima conferenza. Sono dibattiti aperti, non risposte chiuse; ma è proprio compito di chi progetta tenerli vivi, anziché rimuoverli come scomodi.
Quando la casa è una politica, non una merce
L’edilizia sociale di Vienna · oltre un secolo di politica abitativa
Vienna è regolarmente in cima alle classifiche delle città più vivibili del mondo, e non è un caso. Da oltre un secolo — fin dalla «Vienna rossa» degli anni Venti — la città persegue una politica abitativa pubblica di vasta scala: una quota molto ampia dei viennesi vive in alloggi comunali o sovvenzionati, di buona qualità architettonica e a canoni accessibili. È la dimostrazione, su scala urbana e nel lungo periodo, che la casa può essere trattata come un diritto e un bene comune, e non soltanto come una merce soggetta al mercato.
- La scala e la durata: non un singolo quartiere modello, ma una politica continuativa portata avanti per generazioni — è la coerenza nel tempo a fare la differenza.
- Sostenibilità sociale in atto: alloggi accessibili tengono insieme la città, prevengono la segregazione e contrastano proprio quella gentrificazione vista nelle conferenze precedenti.
- Qualità, non minimo indispensabile: l’edilizia pubblica viennese punta su buona architettura, spazi verdi e servizi — il contrario del «sociale» trascurato.
- Le tre dimensioni insieme: ambiente, società ed economia trovano qui un equilibrio raro, sostenuto dalla mano pubblica.
- Un modello così richiede una volontà politica forte, costante e di lunghissimo periodo, oltre a ingenti risorse pubbliche. È replicabile altrove, in contesti con tradizioni e bilanci diversi? E quanto siamo disposti, come società, a investire perché la casa resti un diritto?
Le parole chiave
- Green Deal europeo
- La strategia dell’UE per diventare climaticamente neutra entro il 2050, cornice di tutte le politiche ambientali.
- Renovation Wave
- La strategia europea per accelerare la ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente.
- New European Bauhaus
- Iniziativa culturale UE che unisce sostenibilità, estetica e inclusione nella trasformazione del costruito.
- Tassonomia UE
- Una classificazione ufficiale delle attività economiche realmente sostenibili, per orientare gli investimenti.
- Criteri ESG
- Parametri ambientali, sociali e di governance usati per valutare la sostenibilità di imprese e progetti.
- Decrescita
- Visione che mette in discussione la crescita economica infinita, proponendo di restare entro i limiti del pianeta.
In chiusura del ciclo
Siamo partiti da una parola e siamo arrivati a uno sguardo. In dieci tappe abbiamo visto che la sostenibilità del costruito non è una tecnica né una moda, ma un modo di stare al mondo: progettare avendo cura del clima, delle risorse e delle persone, alla scala del dettaglio come a quella del territorio, oggi e per chi verrà. Prima di congedarci, vale la pena ripercorrere con un solo sguardo l’arco che abbiamo disegnato insieme.
Le regole possono spingerci, gli strumenti possono guidarci, ma la direzione la sceglie chi progetta — e, in ultima istanza, ciascuno di noi come cittadino. Il futuro del costruito non è scritto: è, alla lettera, da costruire. E ricomincia da ogni singola decisione, a partire da domani mattina.
Riferimenti
- PoliticaCommissione Europea, il Green Deal europeo e la strategia Renovation Wave per il patrimonio edilizio.
- CulturaNew European Bauhaus — i tre valori (sostenibilità, estetica, inclusione) e la nuova fase 2025–2027.
- FinanzaLa tassonomia UE e i criteri ESG applicati al settore delle costruzioni.
- SguardoLa politica abitativa di Vienna (Gemeindebau e Sozialer Wohnbau); Kate Raworth e il dibattito su decrescita e post-crescita.