Resilienza e adattamento
Per anni la sostenibilità ha guardato avanti, a come evitare il peggio. Ma una parte del cambiamento climatico è già qui: ondate di calore, alluvioni, siccità. La domanda non è più solo come fermarlo, ma anche come convivere con ciò che non riusciremo più a evitare.
Il futuro è già arrivato
Fino a poco tempo fa potevamo parlare del cambiamento climatico al futuro: qualcosa da scongiurare in tempo. Oggi non più. Le estati roventi, i fiumi che esondano, i mesi senza pioggia non sono più scenari da rapporto scientifico, ma cronaca quotidiana. Questo non significa, beninteso, arrendersi: continuare a ridurre le emissioni resta vitale. Ma accanto a quello sforzo se ne impone un secondo, finora trascurato — imparare a progettare città ed edifici capaci di reggere gli urti di un clima che è già cambiato, e che cambierà ancora.
In questa conferenza terremo distinte due strategie che il linguaggio comune confonde — mitigare e adattarsi — e mostreremo perché siano entrambe necessarie. Introdurremo poi il concetto di resilienza, con la sua origine ecologica e i suoi equivoci; vedremo come progettare nell’incertezza, quando il passato non è più una guida affidabile; e useremo un caso esemplare, il programma olandese che ha rovesciato secoli di lotta contro l’acqua, per rendere tutto questo concreto.
«Non basta più costruire per il clima che avevamo: dobbiamo costruire per quello che avremo.»
Due verbi che non sono sinonimi
C’è una distinzione fondamentale, spesso confusa, da tenere ben ferma. La mitigazione è tutto ciò che facciamo per ridurre le cause del cambiamento climatico: tagliare le emissioni, risparmiare energia, costruire con materiali a basso carbonio — in fondo, i temi di tutte le conferenze precedenti. L’adattamento è invece tutto ciò che facciamo per ridurne gli effetti, ormai inevitabili: difendersi dal caldo, dalle alluvioni, dalla siccità. Sono due strategie diverse e complementari, non alternative: la prima cura la malattia, la seconda allevia i sintomi. E servono entrambe, perché anche azzerando domani ogni emissione, una parte del riscaldamento è già immagazzinata nei sistemi e continuerà a manifestarsi per decenni.
Su questo terreno la parola d’ordine è diventata resilienza, un termine che arriva dall’ecologia. Negli anni Settanta lo studioso C.S. Holling la definì come la capacità di un sistema di assorbire un disturbo e continuare a funzionare, riorganizzandosi senza collassare. Applicata alla città, è la differenza tra un sistema fragile, che a un colpo va in pezzi, e uno robusto, che incassa, si piega e si rialza. Attenzione però a un equivoco diffuso: resilienza non significa tornare esattamente com’era prima. Un sistema davvero resiliente impara dallo shock e si trasforma; dopo un’alluvione, ricostruire identico nello stesso punto non è resilienza, è ostinazione.
Progettare nell’incertezza
Tutto questo cambia il modo stesso di progettare. Per secoli l’ingegneria ha cercato la certezza: calcolare l’evento massimo prevedibile — la piena dei cento anni, il vento più forte — e costruire una difesa abbastanza solida da resistergli. Ma in un clima che si sposta, il passato non è più una guida affidabile per il futuro: «l’alluvione del secolo» ormai si ripresenta ogni pochi anni. Progettare oggi significa convivere con l’incertezza, non illudersi di averla sconfitta. Da qui nascono nuovi principi: la ridondanza — avere più vie, più soluzioni, così che se una cede ce ne sia un’altra, l’opposto dell’ottimizzazione spinta al limite che è efficiente ma fragile — e la flessibilità, ossia spazi e infrastrutture capaci di cambiare uso e adattarsi nel tempo.
Ma il cambiamento più profondo riguarda l’atteggiamento verso gli elementi naturali. Per tutto il Novecento la risposta è stata l’ingegneria «dura»: muri, argini, barriere sempre più alte e robuste a respingere la minaccia. Oggi a questa si affianca, e talvolta la sostituisce, l’ingegneria «morbida», che asseconda i processi naturali invece di contrastarli frontalmente — facendo spazio all’acqua anziché incanalarla, lasciando che aree predisposte si allaghino in sicurezza.
È la riconciliazione tra ciò che abbiamo visto nella sesta conferenza e l’ingegneria tradizionale. Le soluzioni basate sulla natura — suoli che assorbono, aree che possono allagarsi senza danni — offrono una resilienza «morbida», spesso più economica e ricca di benefici aggiuntivi; l’ingegneria «dura» resta necessaria per gli eventi più estremi. La vera arte dell’adattamento sta nel combinarle con intelligenza, sapendo che nessuna delle due, da sola, basterà.
L’adattamento è anche una questione di equità
C’è una dimensione dell’adattamento che è facile trascurare, ma che riannoda il filo della conferenza precedente: gli impatti climatici non colpiscono tutti allo stesso modo. Chi vive nei quartieri più poveri, spesso quelli più esposti — in pianure alluvionali, in zone prive di verde, in edifici di scarsa qualità — subisce le ondate di calore e le alluvioni con una violenza sproporzionata. L’adattamento, se mal governato, rischia di proteggere prima e meglio chi ha già più mezzi, lasciando i vulnerabili ancora più esposti. La resilienza, per essere autenticamente sostenibile, deve perciò essere anche resilienza giusta: distribuire le difese in funzione del bisogno, non della capacità di spesa.
Questo introduce una delle scelte più dure che le società dovranno affrontare nei prossimi decenni: la ritirata gestita, cioè l’abbandono pianificato di aree non più difendibili. Spostare insediamenti lontano da coste e fiumi a rischio è talvolta la risposta più razionale ed economica, ma comporta un costo umano e identitario enorme, e solleva domande di equità — chi viene ricollocato, dove, e a spese di chi — che nessuna soluzione tecnica può risolvere da sola.
Le parole chiave
- Mitigazione
- Ridurre le cause del cambiamento climatico, soprattutto tagliando le emissioni di gas serra.
- Adattamento
- Ridurre gli effetti del cambiamento climatico già in atto, rendendo città ed edifici capaci di affrontarli.
- Resilienza
- La capacità di un sistema di assorbire uno shock, riorganizzarsi e continuare a funzionare senza collassare.
- Rischio
- La combinazione tra la probabilità che un evento accada e i danni che provocherebbe a persone e beni.
- Ridondanza
- Avere soluzioni o percorsi di riserva, così che il guasto di un elemento non faccia crollare l’intero sistema.
- Ingegneria «dura» e «morbida»
- La difesa con strutture rigide (muri, argini) e quella che asseconda i processi naturali (aree esondabili, suoli permeabili).
Fare spazio al fiume invece di combatterlo
Room for the River (Ruimte voor de Rivier) · Paesi Bassi
I Paesi Bassi sono la patria della difesa idraulica: per secoli la risposta alle piene è stata una sola, alzare gli argini sempre di più. Ma dopo le pericolose piene degli anni Novanta gli olandesi hanno compreso che quella rincorsa non poteva continuare all’infinito — più alto è l’argine, più catastrofica la sua rottura. Così, con il programma Room for the River, hanno rovesciato la logica di secoli: invece di stringere il fiume, gli hanno restituito spazio per espandersi in sicurezza.
- Il cambio di paradigma: in decine di località si sono arretrati gli argini, abbassate le golene, create aree dove il fiume può allagarsi senza causare danni.
- Adattamento, non resistenza: non si combatte la piena con un muro più alto, ma le si fa posto — convivenza invece di scontro frontale.
- Doppio beneficio: le aree esondabili, quando sono asciutte, diventano parchi, zone naturali e spazi per il tempo libero.
- Scelte difficili: in alcuni casi è stato necessario spostare fattorie e abitazioni — l’adattamento ha anche un costo umano da gestire con equità.
- Fare spazio al fiume richiede terra, e la terra è scarsa e contesa. Fino a che punto possiamo spingere questa logica nelle nostre città dense, dove ogni metro quadro è già occupato? E chi decide quali aree sacrificare all’acqua, e quali proteggere?
In chiusura
Resilienza e adattamento ci insegnano l’umiltà: non possiamo controllare tutto, e progettare bene significa anche prepararsi all’imprevisto e saper cedere terreno quando serve. Con questa conferenza si chiude il lungo viaggio attraverso le scale del costruito, dall’edificio al territorio. Restano due domande pratiche, che affronteremo per ultime: come si misura davvero tutto ciò di cui abbiamo parlato, e quali politiche possono trasformarlo da buona intenzione in realtà diffusa.
Riferimenti
- OrigineC.S. Holling, Resilience and Stability of Ecological Systems (1973) — la nascita del concetto di resilienza.
- QuadroIPCC, i rapporti sull’adattamento; la distinzione tra mitigazione e adattamento al cambiamento climatico.
- SguardoRijkswaterstaat, il programma Room for the River; le strategie di Rotterdam e «Rebuild by Design» dopo l’uragano Sandy.
- ReteLe iniziative su città resilienti (es. Resilient Cities Network) e i piani locali di adattamento climatico.