Conferenza 08 · Resilienza e adattamento — Sostenibilità del costruito
Indice del ciclo
Ciclo di lezioni · n. 08
08
Lezione 08 · Parte II — Le scale del costruito

Resilienza e adattamento

Per anni la sostenibilità ha guardato avanti, a come evitare il peggio. Ma una parte del cambiamento climatico è già qui: ondate di calore, alluvioni, siccità. La domanda non è più solo come fermarlo, ma anche come convivere con ciò che non riusciremo più a evitare.

Tema
Clima, rischio, resilienza
Parole chiave
Mitigazione · adattamento · resilienza
Caso illustrato
Room for the River, Paesi Bassi
Il tema

Il futuro è già arrivato

Fino a poco tempo fa potevamo parlare del cambiamento climatico al futuro: qualcosa da scongiurare in tempo. Oggi non più. Le estati roventi, i fiumi che esondano, i mesi senza pioggia non sono più scenari da rapporto scientifico, ma cronaca quotidiana. Questo non significa, beninteso, arrendersi: continuare a ridurre le emissioni resta vitale. Ma accanto a quello sforzo se ne impone un secondo, finora trascurato — imparare a progettare città ed edifici capaci di reggere gli urti di un clima che è già cambiato, e che cambierà ancora.

In questa conferenza terremo distinte due strategie che il linguaggio comune confonde — mitigare e adattarsi — e mostreremo perché siano entrambe necessarie. Introdurremo poi il concetto di resilienza, con la sua origine ecologica e i suoi equivoci; vedremo come progettare nell’incertezza, quando il passato non è più una guida affidabile; e useremo un caso esemplare, il programma olandese che ha rovesciato secoli di lotta contro l’acqua, per rendere tutto questo concreto.

«Non basta più costruire per il clima che avevamo: dobbiamo costruire per quello che avremo.»
Il discorso · I

Due verbi che non sono sinonimi

C’è una distinzione fondamentale, spesso confusa, da tenere ben ferma. La mitigazione è tutto ciò che facciamo per ridurre le cause del cambiamento climatico: tagliare le emissioni, risparmiare energia, costruire con materiali a basso carbonio — in fondo, i temi di tutte le conferenze precedenti. L’adattamento è invece tutto ciò che facciamo per ridurne gli effetti, ormai inevitabili: difendersi dal caldo, dalle alluvioni, dalla siccità. Sono due strategie diverse e complementari, non alternative: la prima cura la malattia, la seconda allevia i sintomi. E servono entrambe, perché anche azzerando domani ogni emissione, una parte del riscaldamento è già immagazzinata nei sistemi e continuerà a manifestarsi per decenni.

clima che cambia MITIGAZIONE ridurre le CAUSE tagliare le emissioni ADATTAMENTO ridurre gli EFFETTI difendersi dagli impatti due strategie complementari: servono entrambe
Fig. 1Mitigazione e adattamento non sono alternativi: la prima agisce sulle cause, il secondo sugli effetti già inevitabili.

Su questo terreno la parola d’ordine è diventata resilienza, un termine che arriva dall’ecologia. Negli anni Settanta lo studioso C.S. Holling la definì come la capacità di un sistema di assorbire un disturbo e continuare a funzionare, riorganizzandosi senza collassare. Applicata alla città, è la differenza tra un sistema fragile, che a un colpo va in pezzi, e uno robusto, che incassa, si piega e si rialza. Attenzione però a un equivoco diffuso: resilienza non significa tornare esattamente com’era prima. Un sistema davvero resiliente impara dallo shock e si trasforma; dopo un’alluvione, ricostruire identico nello stesso punto non è resilienza, è ostinazione.

Il discorso · II

Progettare nell’incertezza

Tutto questo cambia il modo stesso di progettare. Per secoli l’ingegneria ha cercato la certezza: calcolare l’evento massimo prevedibile — la piena dei cento anni, il vento più forte — e costruire una difesa abbastanza solida da resistergli. Ma in un clima che si sposta, il passato non è più una guida affidabile per il futuro: «l’alluvione del secolo» ormai si ripresenta ogni pochi anni. Progettare oggi significa convivere con l’incertezza, non illudersi di averla sconfitta. Da qui nascono nuovi principi: la ridondanza — avere più vie, più soluzioni, così che se una cede ce ne sia un’altra, l’opposto dell’ottimizzazione spinta al limite che è efficiente ma fragile — e la flessibilità, ossia spazi e infrastrutture capaci di cambiare uso e adattarsi nel tempo.

Ma il cambiamento più profondo riguarda l’atteggiamento verso gli elementi naturali. Per tutto il Novecento la risposta è stata l’ingegneria «dura»: muri, argini, barriere sempre più alte e robuste a respingere la minaccia. Oggi a questa si affianca, e talvolta la sostituisce, l’ingegneria «morbida», che asseconda i processi naturali invece di contrastarli frontalmente — facendo spazio all’acqua anziché incanalarla, lasciando che aree predisposte si allaghino in sicurezza.

INGEGNERIA «DURA» l’acqua preme respingere con barriere se cede, è catastrofe INGEGNERIA «MORBIDA» l’acqua si espande area esondabile fare spazio ai processi naturali cede in modo graduale
Fig. 2Due filosofie a confronto: respingere la minaccia con barriere rigide, o assecondarla facendole spazio. La resilienza nasce dalla loro combinazione.

È la riconciliazione tra ciò che abbiamo visto nella sesta conferenza e l’ingegneria tradizionale. Le soluzioni basate sulla natura — suoli che assorbono, aree che possono allagarsi senza danni — offrono una resilienza «morbida», spesso più economica e ricca di benefici aggiuntivi; l’ingegneria «dura» resta necessaria per gli eventi più estremi. La vera arte dell’adattamento sta nel combinarle con intelligenza, sapendo che nessuna delle due, da sola, basterà.

Il discorso · III

L’adattamento è anche una questione di equità

C’è una dimensione dell’adattamento che è facile trascurare, ma che riannoda il filo della conferenza precedente: gli impatti climatici non colpiscono tutti allo stesso modo. Chi vive nei quartieri più poveri, spesso quelli più esposti — in pianure alluvionali, in zone prive di verde, in edifici di scarsa qualità — subisce le ondate di calore e le alluvioni con una violenza sproporzionata. L’adattamento, se mal governato, rischia di proteggere prima e meglio chi ha già più mezzi, lasciando i vulnerabili ancora più esposti. La resilienza, per essere autenticamente sostenibile, deve perciò essere anche resilienza giusta: distribuire le difese in funzione del bisogno, non della capacità di spesa.

Questo introduce una delle scelte più dure che le società dovranno affrontare nei prossimi decenni: la ritirata gestita, cioè l’abbandono pianificato di aree non più difendibili. Spostare insediamenti lontano da coste e fiumi a rischio è talvolta la risposta più razionale ed economica, ma comporta un costo umano e identitario enorme, e solleva domande di equità — chi viene ricollocato, dove, e a spese di chi — che nessuna soluzione tecnica può risolvere da sola.

Per intenderci

Le parole chiave

Mitigazione
Ridurre le cause del cambiamento climatico, soprattutto tagliando le emissioni di gas serra.
Adattamento
Ridurre gli effetti del cambiamento climatico già in atto, rendendo città ed edifici capaci di affrontarli.
Resilienza
La capacità di un sistema di assorbire uno shock, riorganizzarsi e continuare a funzionare senza collassare.
Rischio
La combinazione tra la probabilità che un evento accada e i danni che provocherebbe a persone e beni.
Ridondanza
Avere soluzioni o percorsi di riserva, così che il guasto di un elemento non faccia crollare l’intero sistema.
Ingegneria «dura» e «morbida»
La difesa con strutture rigide (muri, argini) e quella che asseconda i processi naturali (aree esondabili, suoli permeabili).
L’esempio

Fare spazio al fiume invece di combatterlo

Caso illustrato

Room for the River (Ruimte voor de Rivier) · Paesi Bassi

I Paesi Bassi sono la patria della difesa idraulica: per secoli la risposta alle piene è stata una sola, alzare gli argini sempre di più. Ma dopo le pericolose piene degli anni Novanta gli olandesi hanno compreso che quella rincorsa non poteva continuare all’infinito — più alto è l’argine, più catastrofica la sua rottura. Così, con il programma Room for the River, hanno rovesciato la logica di secoli: invece di stringere il fiume, gli hanno restituito spazio per espandersi in sicurezza.

Cosa osservare
  • Il cambio di paradigma: in decine di località si sono arretrati gli argini, abbassate le golene, create aree dove il fiume può allagarsi senza causare danni.
  • Adattamento, non resistenza: non si combatte la piena con un muro più alto, ma le si fa posto — convivenza invece di scontro frontale.
  • Doppio beneficio: le aree esondabili, quando sono asciutte, diventano parchi, zone naturali e spazi per il tempo libero.
  • Scelte difficili: in alcuni casi è stato necessario spostare fattorie e abitazioni — l’adattamento ha anche un costo umano da gestire con equità.
Il nodo
  • Fare spazio al fiume richiede terra, e la terra è scarsa e contesa. Fino a che punto possiamo spingere questa logica nelle nostre città dense, dove ogni metro quadro è già occupato? E chi decide quali aree sacrificare all’acqua, e quali proteggere?
Uno sguardo in avanti

In chiusura

Resilienza e adattamento ci insegnano l’umiltà: non possiamo controllare tutto, e progettare bene significa anche prepararsi all’imprevisto e saper cedere terreno quando serve. Con questa conferenza si chiude il lungo viaggio attraverso le scale del costruito, dall’edificio al territorio. Restano due domande pratiche, che affronteremo per ultime: come si misura davvero tutto ciò di cui abbiamo parlato, e quali politiche possono trasformarlo da buona intenzione in realtà diffusa.

Il punto
Mitigare è evitare l’inevitabile; adattarsi è gestire l’ineludibile. Per un clima già cambiato, servono tutte e due.
Per approfondire

Riferimenti

  • OrigineC.S. Holling, Resilience and Stability of Ecological Systems (1973) — la nascita del concetto di resilienza.
  • QuadroIPCC, i rapporti sull’adattamento; la distinzione tra mitigazione e adattamento al cambiamento climatico.
  • SguardoRijkswaterstaat, il programma Room for the River; le strategie di Rotterdam e «Rebuild by Design» dopo l’uragano Sandy.
  • ReteLe iniziative su città resilienti (es. Resilient Cities Network) e i piani locali di adattamento climatico.